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Wojtyla e il ricordo di Pio XII
12 febbraio 2003Il fine giustifica i mezzi. E se si tratta di un fine nobile come la pace mondiale è assolutamente giustificabile che il Papa incontri il vice di Saddam, i francescani lo invitino ad Assisi ed il governo italiano, nella persona del ministro degli Esteri Franco Frattini, riceva a colloquio l’esponente del regime irakeno. Ma il fatto che il fine giustifichi il mezzo non può significare che anche il mezzo diventa nobile accanto al suo fine. O che si decida tranquillamente di ignorare che il mezzo, benché utile, è assolutamente ignobile e ripugnante.
Tareq Aziz non è un rispettabile signore incaricato occasionalmente dal dittatore di Bagdad di portare un messaggio a Giovanni Paolo II o al governo italiano. Aziz sarà pure un cristiano caldeo, fattore che scalda i cuori dei francescani d’Assisi ma fa a pugni tra il loro un residuo di spirito di bandiera cattolico con il loro ecumenismo talmente sbandierato da rasentare il sincretismo. Ma non è una Madre Teresa di Calcutta degna di beatificazione rapida.
E’, al contrario, un complice consapevole e cosciente di un sanguinario dittatore che ha scatenato guerre a non finire contro i paesi vicini, ha massacrato la minoranza curda del Nord-Irak, appoggia e finanzia il terrorisno internazionale e, soprattutto, alla responsabilità di crimini così efferati aggiunge il crimine ancora più grande ed ingiustificabile della condanna alla oppressione, alla paura ed alla povertà che ha riservato al proprio popolo.
L’Irak è tra i principali paesi produttori di petrolio del mondo. Ma gli irakeni non possono godere dei benefici di tanta ricchezza. Sono costretti a marciare ed a crepare mentre il Rais ingrassa insieme alla sua famiglia ed al suo clan. Saddam, quindi, è un nuovo Hitler. E la disperata ricerca della pace da parte di tutti gli uomini di buona volontà, Giovanni Paolo II in testa, non può far passare sotto silenzio questa verità solare.
Ma se Saddam è come Hitler il suo vice ministro e titolare della politica estera irakena Tareq Aziz deve essere automaticamente considerato come l’equivalente di Ribbentrop. E’ il complice ed il portavoce di un criminale. E come tale va considerato. Sia oggi che in un prossimo futuro, quando dovrà essere chiamato a rispondere delle proprie responsabilità nel regime irakeno di fronte ad un qualche tribunale internazionale. Se c’è stata una Norimberga per Ribbentrop non potrà non esserci per Aziz.
Chi si appresta a riceverlo non deve essere solo consapevole di compiere un atto riprovevole motivato solo da ragioni superiori. Deve anche manifestarlo in qualche modo. E se questo obbligo può non valere per i rappresentanti di istituzioni laiche come il governo italiano, deve assolutamente scattare sui rappresentanti della più grande istituzione morale del pianeta come la Chiesa Cattolica.
Giovanni Paolo II non può limitarsi a benedire il lupo travestito da agnello. Deve anche ammonirlo. Per chiarire una volta per tutte ciò che molti cattolici in queste ore non hanno affatto chiaro. E cioè che il bisogno di pace non può nascondere i crimini delle dittature sanguinarie. Non c’è pace senza libertà. E se il Papa evita di ricordarlo all’inviato del nuovo Hitler non dovrà lamentarsi se in futuro qualcuno sosterrà che con Saddam si è comportato come Pio XII con il dittatore tedesco. L’ombra del Vicario minaccia di offuscare la parabola finale del pontificato di Giovanni Paolo II. Speriamo che non sia così!
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