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La privatizzazione di Mieli 12 marzo 2003 Nessuno mette in discussione il pieno diritto di Paolo Mieli di chiedere alla Rai una retribuzione almeno pari a quella a cui dovrebbe rinunciare per assumere la presidenza dell’azienda radiotelevisiva pubblica. Se dalla Rcs riceve 700 mila euro per svolgere il ruolo di direttore editoriale perché dovrebbe prendere un solo euro in meno per guidare la principale struttura informativa del paese? La logica del mercato è chiara e non si presta ad equivoci. Se sul mercato le quotazioni di Mieli raggiungono i 700 mila euro, la Rai deve adeguarsi a tali quotazioni se vuole servirsi delle prestazioni di un professionista così qualificato. A meno che non pretenda di continuare a comportarsi come ha fatto nel passato. E cioè a trattare con le regole del mercato solo i personaggi dello spettacolo, sia leggero che informativo, e a considerare come “politici” e sostanzialmente onorifici gli incarichi di presidente e consigliere d’amministrazione. Mieli ha dunque perfettamente ragione nel pretendere un trattamento economico adeguato alle sue quotazioni. Ed è auspicabile che insista su questa strada. Quanto meno per fare in modo che venga finalmente portata alla luce e risolta una contraddizione stridente che va avanti da tempo immemorabile. Ciò che va però chiarito è che il buon diritto ad un trattamento in linea con il mercato da parte di Mieli è solo un aspetto della questione. Quella meno importante di tutte. La parte di maggiore rilevanza, su cui non sembra ci sia stata una riflessione adeguata, è che con la Presidenza Mieli la Rai subirà una vera e propria privatizzazione all’italiana. Cioè verrà messa nelle mani di un privato pur continuando a vivere con i soldi pubblici di tutti i contribuenti. Il che può essere anche un bene, vista la indiscussa competenza del personaggio a cui di fatto verrebbe appaltata la gestione dell’azienda radiotelevisiva di stato. Ma che si trasforma in un male destinato a produrre gusti ancora più gravi di quelli già realizzati in passato dai vari gestori “politici” di viale Mazzini, se non viene portato apertamente e chiaramente alla luce. Mieli non fa mistero del proprio obbiettivo. Se va alla Rai non si accontenta dei 700 mila euro e della carica onorifica. Vuole guidare e plasmare l’azienda secondo la propria personale visione strategica: quella di fare della Rai una sorta di Mediobanca dei tempi passati e di se stesso la copia del Cuccia dell’era del grande capitalismo familiare italiano. La Rai di Mieli, in sostanza, dovrebbe diventare la cassa di compensazione del conflitto d’interessi di Silvio Berlusconi e della tradizione egemonica della sinistra italiana, il terreno dove trasformare le tensioni in compromessi e fare dell’artefice di questo miracolo continuo il vero padrone e demiurgo non più dell’economia nazionale ma della informazione e della politica italiane. Per raggiungere questo obbiettivo Mieli ha bisogno di due condizioni. Un Consiglio di Amministrazione compiacente ed un direttore generale sottomesso: La prima è già scattata visto che il capo indiscusso della lobby degli intellettuali italiani non ha alcuna difficoltà a tenere sotto controllo un Cda formato di soli intellettuali: Chi potrebbe mai opporsi a Mieli? Forse Francesco Albertoni, che collabora al “Corriere della Sera”? Oppure Giorgio Rumi che ha ottimi rapporti accademici da lungo tempo con Mieli? O Marcello Veneziani e Angelo Maria Petroni privi di quel potere di condizionamento di cui l’ex direttore del Corriere della Sera è abbondantemente provvisto? La seconda condizione potrebbe scattare ben presto. Mieli vuole giustamente un direttore generale che sappia far quadrare i conti e far marciare l’azienda. Ma pretende che a fissare le direttrici della marcia sia solo il Cda, cioè se stesso: Per questo avanza le candidature di Cappon o di Megozzi, tecnici di valore capaci di favorire la sua strategia complessiva, non di ostacolarla o condizionarla in alcun modo. Se scattano le due condizioni, quindi, Mieli diventa di fatto il vero ed unico padrone della Rai. Il che, ripetiamo, potrebbe essere anche un bene per l’azienda radiotelevisiva pubblica. Ma ad una condizione. Che dopo la privatizzazione surrettizia ci sia anche una privatizzazione reale. E che non siano i contribuenti a pagare la Rai per dare a Mieli la possibilità di gestirla, ma che sia Mieli (o chi per lui) a pagare i contribuenti per poter gestire la Rai. |