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L’ultima carta di Saddam 20 marzo 2003 Saddam Hussein ha una sola possibilità di uscire vivo e vincitore dal conflitto che scatterà tra poche ore. E lo sa bene. Questa possibilità prevede che nei primi giorni della guerra ci siano molte vittime tra i soldati americani ed inglesi. Di fronte allo spettacolo di tante bare coperte dalla bandiera nazionale che tornano in patria le opinioni pubbliche potrebbero rivoltarsi contro i rispettivi governi provocando il crollo del cosiddetto fronte interno occidentale e la conseguente vittoria del dittatore di Bagdad. Saddam, in sostanza, spera di ripetere il Vietnam. E nella sua strategia da furbo imitatore del generale Giap sa di avere solo due alleati su cui poter contare. Il primo, poco affidabile, è rappresentato dalle armi di distruzione di massa di cui è ancora in possesso in barba a tutte le ispezioni dei volenterosi inviati dell’Onu. Per fare il maggior numero di vittime tra i soldati americani può giocare la carta delle armi biochimiche. Sia usata attraverso mezzi tradizionali nel teatro di guerra irakeno. Sia usata attraverso lo strumento dei terroristi kamikaze fuori dai confini dell’Irak e direttamente nelle grandi città americane o inglesi. Ma l’alleato biochimico comporta un inconveniente. Può rendere evidente anche al più intransigente pacifista che Saddam ha mentito spudoratamente in questi ultimi mesi e che è molto più pericoloso di quanto non lo vogliano credere i tanti antiamericani sparsi per l’Europa. Non a caso la Francia ha avvertito di essere pronta a scendere in guerra a fianco degli Usa in caso di uso di tali armi. Il dittatore, dunque, può avere ancora qualche dubbio sull’impiego dei gas o dei missili con l’antrace. Di sicuro, però, sa che deve fare più morti possibili tra i soldati nemici per conquistare la sua Saigon grazie all’opinione pubblica dei paesi avversari. E si può stare certi che tenterà con ogni mezzo, anche quello terroristico tradizionale o quello già sperimentato dell’aggressione missilistica di Israele, di spargere più sangue possibile. Saddam, infatti, è perfettamente cosciente che il suo unico e grande alleato è il movimento pacifista internazionale. Quello formato dalla sinistra europea che conta di vendicarsi della caduta dell’impero sovietico, quello rappresentato dal neogollismo europeo che spera di innalzare una nuova Europa francofona e carolingia con il cemento dell’antiamericanismo, quello costituito dal mondo cattolico deciso a rilanciare il proprio ruolo di potenza morale globale con la competizione aperta nei confronti dell’unica superpotenza politica planetaria. Di questi tre filoni pacifisti il più intransigente e disperato è sicuramente il primo. La sinistra nostalgica dell’Unione Sovietica farà di tutto per salvare Saddam pur di vendicarsi in qualche modo degli Stati Uniti. Sa come muoversi perché ha la memoria storica della sua mobilitazione all’epoca della guerra nel Vietnam. E non ha nulla da perdere visto che è già stata sconfitta abbondantemente dalla storia. Gli altri due filoni, invece, non hanno rimpianti e nostalgie da perseguire ma solo i propri interessi politici. Ed è facile immaginare che se la guerra sarà breve, le vittime limitate e la caduta di Saddam rapida, sceglieranno ben presto la strada del realismo. Anche perché non sarà il dittatore irakeno a far crollare la superpotenza americana e chi vuole competere con essa deve necessariamente fare i conti con la realtà. Il governo italiano ha adottato una linea che tiene conto delle preoccupazioni e delle esigenze di questi due filoni pacifisti. Anche perché il primo è rappresentato da Carlo Azeglio Ciampi, un europeista neogollista da sempre, ed il secondo addirittura da Giovanni Paolo II. Ma li precede e li anticipa sulle posizioni a cui dovranno comunque giungere. Perché, ed è qui che Saddam sbaglia ponendosi narcisisticamente al centro della scena, il Vietnam non è ripetibile. La posta in palio non è Bagdad-Saigon ed il controllo di un paese importante ma periferico. E’ la ridefinizione degli equilibri mondiali e delle organizzazioni internazionali a partire dall’Onu. E’ il dopo Italia e la definizione del primo secolo del terzo millennio. |