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Con l’Euro-America 25 marzo 2003 E’ stato più che legittimo essere per la pace prima dell’inizio della guerra. Ed è stato addirittura sacrosanto compiere ogni sforzo per impedire l’inizio delle ostilità. Chi si è battuto affinché venisse evitato il ricorso estremo alle armi ha il pieno diritto di rivendicare la validità di una posizione motivata da ragioni di natura morale piuttosto che di natura politica o ideologica. In particolare, quegli esponenti della maggioranza che sulla scia di Giovanni Paolo II si erano espressi in favore di ulteriori sforzi dell’Onu senza l’uso della forza e che poi hanno votato a favore della linea del governo di alleanza non belligerante con gli Stato Uniti, non si debbono sentire in contraddizione. Era giusto tentare di perseguire fino in fondo la strada delle Nazioni Unite. E’ stato altrettanto giusto sostenere la difficile scelta della coalizione governativa di rispettare i tradizionali vincoli internazionali dell’Italia evitando accuratamente di scivolare nel campo della partecipazione diretta ed attiva alle operazioni militari. La piena validità di quella scelta rimane. E non può essere dimenticata. Ma rispetto al momento in cui si è posto il dilemma della scelta tra la guerra e la pace la situazione è radicalmente cambiata. Il conflitto non è più una prospettiva o una semplice opzione. E’ la realtà . E la pace non è più una realtà da conservare e preservare ad ogni costo ma un obbiettivo da perseguire e conseguire nel minor tempo possibile. A ribaltarsi, poi, non è solo il quadro delle condizioni temporali ma anche quello delle questioni sul tappeto. Prima ci si poteva dividere tra Usa e Francia, tra Occidente e Vecchia Europa, tra l’ordine di Jalta e quello ancora da definire dell’era successiva alla caduta del Muro di Berlino. Ma ora che la guerra è in corso e che soprattutto è scattata la grande operazione mediatica planetaria di chi in nome della pace vuole cancellare i valori che caratterizzano la modernità occidentale, l’alternativa è totalmente diversa. La scelta è tra Bush e Saddam, tra libertà e democrazia e totalitarismo e repressione, tra società aperta e società chiusa: O, per meglio intendersi. La scelta è tra chi disseta i prigionieri e chi li tortura, chi li uccide con un colpo alla nuca e chi cerca di salvare la loro vita, chi li ricerca per farli linciare sulle rive dell’Eufrate allo scopo di dare un terribile esempio mediatico a tutto il mondo e chi si limita a raccoglierli nei campi di concentramento per riconsegnarli alla vita civile alla fine della guerra. Chi era per la pace prima può continuare a ad essere contro la guerra oggi. Ma non può far confondere la propria scelta morale con il sostegno, diretto o indiretto, a chi tortura, giustizia, lincia e si batte in difesa del medioevo totalitario contro la libertà e la democrazia. Chi è per la pace adesso deve battersi perché la guerra finisca prima possibile. Per questo deve stare dalla parte delle nazioni dell’Occidente e sperare nella più rapida e completa sconfitta del dittatore di Bagdad. La questione non si pone per i nostalgici rossi e neri . Che fanno il tifo per Saddam. Ma gli altri, tutti gli altri, cattolici compresi, sanno che ilo loro posto è sul versante opposto. Con l’Euro-America e la sua civiltà! |