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Il tornasole cubano 15 aprile 2003 C’è chi dice che lo ha fatto per cogliere al volo l’occasione offerta dall’attenzione generale rivolta alla guerra in Irak. E c’è chi sostiene che lo ha deciso per creare le migliori condizioni in favore di un ennesimo esodo di pericolose masse di oppositori dal paese. C’è chi afferma che si è trattato dell’ultima sfida lanciata al mondo per riaffermare il proprio ruolo di principale antagonista delle democrazie occidentali. E chi rileva che è stato l’ennesimo atto di un narcisista autoritario a cui l’età avanzata ha anche sbiadito il cervello. Qualunque sia stata la motivazione, sta di fatto che proprio nei giorni cruciali del conflitto irakeno, Fidel Castro ha compiuto una maxi-retata di ottanta dissidenti condannati nel giro di 48 ore, a pene severissime. Ferrer Garcia, che aveva avuto la colpa di aver raccolto le firme per un referendum previsto dalla Costituzione, ma non gradito dal regime, è stato addirittura condannato a morte. Mario Enrique Majo, che invece si era avventurato nella navigazione su Internet, si è visto rifilare venti anni di carcere. Il nostro governo non ha alcuna possibilità di convincere il regime cubano a rinunciare all’ennesimo giro di vite nei confronti dei propri dissidenti interni. Può, al massimo, secondo la prassi diplomatica, esprimere preoccupazione e disappunto per l’ultima offesa ai diritti civili che si consuma all’Avana. Ma le forze politiche, sia quelle di maggioranza che d’opposizione, non debbono fare i conti con la diplomazia e la ragione di stato. Hanno l’obbligo, nei confronti dei propri elettori, di adottare comportamenti conseguenti ai principi ed ai valori che dicono di rappresentare. Anche se i comportamenti si risolvono in atti di semplice testimonianza. Per questo la vicenda della repressione castrista assume un incredibile valore all’interno del quadro politico italiano. Chi ha prudentemente aspettato l’esito della guerra in Irak prima di schierarsi a favore degli Alleati, ha l’occasione per uscire subito allo scoperto e dimostrare di essere comunque dalla parte della libertà contro l’oppressione. E chi ha negato di aver usato il vessillo della pace per nascondere il proprio odio nei confronti della democrazia occidentale e la propria simpatia verso ogni forma di dittatura, sia pure quella di Saddam Hussein, ha la possibilità di fornire la prova della propria buona fede. La vicenda cubana diventa così una perfetta cartina di tornasole per capire esattamente chi è sincero e chi imbroglia, chi è solo un ritardatario pauroso ed opportunista e chi è un lupo travestito da agnello che si spaccia per sincero democratico ed è, in realtà, un sostenitore di ogni possibile dittatura, purché rigorosamente antioccidentale. Ma come far funzionare al meglio il “tornasole cubano”? L’esperienza fatta con la “no-stop” contro i falsi pacifisti che ho organizzato a Roma il 1° aprile scorso mi spinge a dare vita ad una nuova “no-stop” oratoria. Questa volta per testimoniare una chiara e netta scelta di campo in difesa dei diritti civili, delle libertà e dei valori della democrazia ancora una volta calpestati da un pericoloso dittatore. La manifestazione, che come la prima non vuole essere una esibizione muscolare di piazza, ma una Hyde Park di idee ed opinioni, si terrà martedì pomeriggio 6 maggio a Piazza Montecitorio. Nessuno chiederà che dopo Bagdad tocchi all’Avana e dopo Saddam tocchi a Castro. I pacifisti possono stare tranquilli. La solidarietà ai dissidenti incarcerati non comporta la richiesta di un intervento militare del poliziotto Usa del mondo o dell’Onu. Comporta, semmai, una chiara scelta di campo. Ed è per questo che l’invito a partecipare non è rivolto solo agli esponenti, alle volte titubanti, del centro destra, ma anche e soprattutto a quelli del centro sinistra. Un riformista non può stare dalla parte di Castro. Né più, né meno di un liberale. Chi se la sente lo venga a dire il 6 maggio. Sarà assolutamente ben accetto! |