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  La svolta di Confindustria
23 maggio 2003

Per la prima volta da dieci anni a questa parte un presidente della Confindustria condanna l’uso politico della giustizia e chiede che si ponga finalmente termine a quel perseguimento di fini politici con mezzi giudiziari che scredita e danneggia il paese. Chi vuole interpretare l’affermazione di Antonio D’Amato in chiave elettorale ed in funzione filo-berlusconiana è liberissimo di farla. Ognuno ha il diritto di seguire i propri pregiudizi e sbagliare valutazioni. Ma chi vuole compiere uno sforzo di comprensione della situazione politica ed economica nazionale deve andare oltre una motivazione così banale. 

Ed incominciare a riflettere attentamente sul reale significato della dichiarazione del Presidente della Confindustria che segna un autentico punto di svolta rispetto alla linea tenuta dai tradizionali gruppi di potere della grande industria italiana dai tempi della cosiddetta “rivoluzione giudiziaria” ad oggi.
Fino ad ora, infatti, nessun rappresentante delle grandi famiglie capitalistiche italiane o dei massimi gruppi finanziari ed industriali aveva mai denunciato apertamente ed ufficialmente l’uso politico della giustizia.
 
Al contrario, proprio questi rappresentanti avevano prima auspicato, poi sostenuto ed infine ampiamente giustificato l’irruzione della giustizia sul terreno della politica degli anni ’90. Sia in nome dei valori etici, sia in nome dei propri interessi concreti. Non è forse vero che il colpo di stato mediatico-giudiziario che ha portato al crollo della Prima Repubblica è stato ampiamente giustificato dai massimi rappresentanti della grande industria italiana con la necessità di combattere la corruzione e dall’esigenza di affrancarsi dal taglieggiamento dei partiti dell’epoca? E non è altrettanto vero che l’uso politico della giustizia perseguito dalla sinistra contro l’irruzione sulla scena politica della novità-Berlusconi è stato sostenuto ed alimentato dalla stessa casta per difendere i propri interessi consolidati dall’avvento di un intruso rappresentativo di un nuovion ceto imprenditoriale e produttivo?

La presa di posizione di D’Amato, quindi, non indica solo che dopo dieci anni il mondo produttivo si è reso contro che l’emergenza giustizialista diventata metodo contribuisce a paralizzare l’economia del paese ed a frenarne lo sviluppo. Rivela anche che l’“ancienne regime” delle grandi famiglie del capitalismo feudale è finalmente finito: E che il suo posto è stata definitivamente conquistato dal nuovo ceto produttivo che nella difesa della democrazia liberale e dello stato di diritto da qualsiasi deviazione giustizialista ed autoritaria fonda la speranza della ripresa dell’economia e dello sviluppo.

Nel condannare l’uso politico della giustizia, in sostanza, gli industriali non fanno un favore a Berlusconi. Lo fanno a loro stessi. Per fortuna il loro interesse coincide con quello della stragrande maggioranza degli italiani, Presidente del Consiglio compreso!
Fino a quando la sinistra frustrata ed i magistrati politicizzati continueranno a non capire?