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Il valore della sconfitta 10 giugno 2003 Comunque la si voglia mettere si tratta di una sconfitta. Che non ha la portata della batosta regionali che costò il governo nazionale a Massimo D’Alema ma che rappresenta molto di più di un campanello d’allarme per la Casa delle Libertà. E’ il segno inequivocabile del sostanziale fallimento della bizzarra idea che si può fare politica ed amministrare a livello locale e nazionale un paese puntando sull’antipolitica e sulla scelta di rinunciare alla selezione di una qualsiasi classe dirigente visto che nella società della comunicazione e dell’immagine il problema del consenso è risolto sempre e comunque dal leader carismatico. Ora qualche bello spirito si riconsolerà sostenendo che il test elettorale è stato limitato, parziale, condizionato da circostanze territoriali particolari, viziato dalla defezione nascosta o palese di questo o quell’alleato. Qualche altro coglierà la palla al balzo per affrettarsi a chiedere un rimpasto ministeriale come ai tempi dei sommovimenti correntizi della Democrazia Cristiana. A conferma che allora come ora tutto viene sempre ricondotto ad una questione di poltrone. Altri cercheranno di saldare qualche conto in sospeso dentro Forza Italia e la Casa delle Libertà e non mancherà chi approfitterà della circostanza per cercare di fare le scarpe a qualche concorrente ingombrante. Ma se in mezzo a queste scontate e, tutto sommato, comprensibili reazioni ci sarà qualcuno preoccupato di mettere a frutto la morale di questa tornata elettorale amministrativa, è bene che si affretti a lanciare un doppio appello forte e chiaro a Silvio Berlusconi . In primo luogo affinché distolga i suoi alleati e collaboratori dall’idea perniciosa che per governare un paese non c’è bisogno di una classe dirigente selezionata e preparata ma basta aggrapparsi alle capacità taumaturgiche del leader. In secondo luogo affinché, oltre ad avviare un serio processo di selezione di persone capaci, intelligenti e leali senza essere servili, si affretti a riprendere saldamente nelle proprie mani la barra politica della coalizione tornando a puntare su quei valori liberaldemocratici che hanno prodotto il miracolo del ’94 e la conferma del 2001. Una Cdl deberlusconizzata perché appiattita a Nord sulla Lega, al centro su An, al Sud sui postdemocristiani e minata sull’intero territorio nazionale dalle ambizioni forsennate dei cloni mal riusciti del Premier, non può andare da nessuna parte . O meglio, viaggia verso la sconfitta. Viceversa una Cdl che torna alle origini del partito liberale di massa con un leader capace di liberarsi degli approfittatori e degli imbecilli può tornare nuovamente a vincere. In caso contrario nessuno si stupisca se da ora alle prossime elezioni europee le forze d’ispirazione laica, liberale e riformista, quelle che non hanno rappresentanza nella maggioranza e che puntano ad un reale rinnovamento del paese nel nome dei valori di libertà, saranno obbligate a riorganizzarsi autonomamente. |