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  La giustizia da riformare
7 ottobre 2003

Una buona notizia ed una cattiva. La buona è che la magistratura di Avellino ha disposto il fermo di 18 facinorosi che avevano invaso il campo di calcio di Avellino e scatenato una serie di aggressioni nei confronti delle forze dell’ordine. La cattiva è che, all’indomani della manifestazione dei no-global contro la Conferenza Intergovernativa della Ue a Roma sfociata nei soliti incidenti di piazza, molti partecipanti agli scontri hanno tenuto una assemblea nella sede di una associazione culturale frequentata da magistrati. La buona notizia non è che 18 persone siano finite in galera. Chi ama la libertà vorrebbe che nessuno subisse mai costrizioni di alcun genere. E’, viceversa, che la magistratura di Avellino non ha seguito l’esempio di quella di Genova. Ha applicato la norma dell’obbligatorietà dell’azione penale. Ed invece di prendersela con chi ha reagito alla violenza di piazza, magari eccedendo come nel capoluogo ligure, ha colpito chi l’ha iniziata e portata a compimento mettendo a repentaglio la vita propria e quella degli agenti di guardia allo stadio avellinese. 

Questo significa che, almeno per quanto riguarda il capoluogo campano, la giustizia continua a funzionare. E non è condizionata né dalle scelte ideologiche o dalle simpatie politiche dei singoli magistrati, né dalla tendenza addirittura peggiore a chiudere gli occhi a seconda della potenziale pericolosità dei violenti. A sua volta la cattiva notizia non è che i combattenti e reduci della violenza di piazza di domenica scorsa abbiano tenuto un’assemblea. Chi crede nella democrazia considera legittima qualsiasi riunione e qualsiasi opinione. E’, al contrario, che l’assemblea dei violenti si sia tenuta nella sede di un circolo culturale frequentato da magistrati. A dimostrazione di due verità inequivocabili. Del comune sentire culturale esistente tra i contestatori con il passamontagna e chi dovrebbe perseguirli non in nome di qualche valutazione di opportunità politica ma in nome dell’obbligatorietà dell’azione penale. E dell’esigenza di non perdere neppure un istante nella realizzazione di quella riforma della giustizia che dovrebbe eliminare una volta per tutte la tendenza di certe frange della magistratura a lasciarsi condizionare dalle proprie passioni politiche (o magari calcistiche) o dal timore di perseguire la violenza di chi picchia di più nelle piazze d’Italia.