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  La sinistra di retroguardia
22 ottobre 2003

Sono passate solo poche settimane dalla marcia della pace di Assisi. E per la sinistra è come se fosse passato un secolo. Tra i tanti marciatori di allora c’erano anche il segretario dei Ds Piero Fassino ed il segretario del Partito della Rifondazione Comunista Fausto Bertinotti. I due andavano metaforicamente a braccetto. Sia pure sostenendo a mezza bocca tesi diverse. Fassino sussurrava che l’unica pace legittima ed accettabile era quella prevista e concordata dalle Nazioni Unite. Bertinotti affermava che la pace va perseguita sempre e comunque, senza “se” e senza “ma” e, in ogni caso, contro l’imperialismo Usa. Le parole dell’esponente post-comunista e di quello neo-comunista erano palesemente divergenti. Ma la benedizione dei frati francescani, i canti dei boy-scout e la convinzione generale che gli Stati Uniti non sarebbero mai riusciti a convincere Francia, Germania e Russia a sottoscrivere la propria mozione sull’Iraq, avevano cancellato ogni differenza. 

Tanto più che l’uno e l’altro chiedevano a gran voce un dibattito parlamentare sull’ipotesi di prolungamento della nostra missione militare in Iraq. Per poter contestare la scelta del governo favorevole all’allungamento e sollecitare l’immediato ritiro delle truppe italiane dal territorio iracheno. Su quel clima idilliaco favorito dal clima mistico dell’Umbria è piombato il voto all’unanimità dell’Onu della mozione Usa sul futuro dell’Iraq. Ed ecco che il volto unitario della sinistra è tornato immediatamente ad incrinarsi. Fassino ha salutato con soddisfazione la risoluzione delle Nazioni Unite che mette il cappello dell’Onu alla pace americana realizzata a Bagdad. A sua volta Francesco Rutelli ha addirittura chiesto che il dibattito parlamentare si concluda con una nuova autorizzazione alla missione italiana in Iraq per consentire al centro sinistra di votare a favore. 

Fausto Bertinotti, viceversa, non ha perso tempo nel risventolare lo stendardo del pacifista senza “se” , senza “ma” e senza Onu. Per marcare le distanze e la differenza con i Ds, ha sostenuto che per Rifondazione Comunista la risoluzione all’unanimità delle Nazioni Unite non cambia un bel nulla. Ed ha promesso che al prossimo dibattito parlamentare il suo partito non solo insisterà sull’immediato ritiro dei soldati italiani dall’Iraq ma ribadirà che la sola pace possibile per Bagdad è quella dell’immediato ritorno a casa dei soldati americani. La sinistra torna così a spaccarsi in due tronconi netti. Da una parte quella d’ispirazione riformista, dall’altra quella massimalista. Ognuna destinata ad allontanarsi progressivamente dall’altra. 

Ma su questa morale ormai scontata, che dovrebbe spingere i dirigenti del centro sinistra a rompere definitivamente con gli estremisti, se ne aggiunge un’altra, meno scontata ma molto più significativa. Se la componente riformista intendere svolgere un ruolo politico adeguato alla propria ambizione di tornare a governare il paese, non può più limitarsi a gettare la zavorra massimalista. Deve anche capire che per recuperare un qualche ruolo politico non può limitarsi a rincorrere il centro destra. Come sta facendo sulle pensioni, sulla politica fiscale ed ora anche sulla missione in Iraq. Ma deve anche esprimere una sua qualche proposta sui grandi temi del momento. Altrimenti rimane un rimorchio. Per di più inutile!