torna alla
home page

ARCHIVIO

2003
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo

febbraio
gennaio

2002
marzo
febbraio 
gennaio

2001
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

2000
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

1999
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Le prove di Luciano
6 novembre 2003

Nessuno sa che farsene della condanna di Luciano Violante, degli eccessi di giustizialismo compiuti in Italia nel corso degli ultimi dieci anni. Le autocritiche parziali, i ripensamenti dell’ultima ora, i pentimenti a metà e le riabilitazioni degli avversari morti fisicamente e politicamente non solo non servono a nulla, ma hanno anche un inaccettabile sapore di beffa. Se il capo gruppo dei Ds della Camera e la sinistra in genere vogliono essere credibili quando denunciano le punte terroristiche della cosiddetta rivoluzione giudiziaria debbono passare dalle parole ai fatti. Le dichiarazioni di buona volontà, in altri termini, debbono diventare dei precisi comportamenti politici.
Violante, dunque, può anche continuare a sgolarsi nel recuperare una linea garantista che non ha mai avuto. Ma se vuole che qualcuno lo prenda sul serio non può esimersi dal compiere degli atti concreti, che dimostrino la sua buona fede di giustizialista pentito e tardivo.

Quali potrebbero essere questi atti? L’elenco è infinito. Ci sarebbe, tanto per essere brutalmente pratici, la necessità di una netta sconfessione di quei magistrati palermitani che continuano imperterriti a rincorrere i teoremi fasulli elaborati dalla Commissione Antimafia dell’era della presidenza dello stesso Violante. A questo primo passo si potrebbe poi aggiungere, tanto per restare all’attualità, l’esigenza non tanto di imitare il capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi, nella condanna dei “libretti rossi” e delle pratiche eversive in uso all’interno del Csm, quanto di mostrare autentica disponibilità al confronto per la riforma di quell’organo di autocontrollo della magistratura che, nei fatti, si è trasformato in una sorta di contropotere istituzionale al servizio dei gruppi più oltranzisti dell’opposizione. 

Se poi Violante e i suoi compagni volessero fornire la prova decisiva e definitiva del proprio ripensamento in chiave antigiustizialista, non dovrebbero far altro che seguire il consiglio di Francesco Cossiga. E dichiararsi pronti a varare, accanto ad un processo complessivo della giustizia italiana, anche una amnistia generale destinata a chiudere finalmente la stagione dei veleni giudiziari nella politica nazionale. E’ pronto l’inquisitore di Edgardo Sogno a portare la propria autocritica fino a queste logiche e necessarie conseguenze? Se lo è non perda tempo nel dimostrarlo. Se non lo è non faccia perdere tempo a chi crede che l’inizio del terzo millennio sia il momento giusto per chiudere il capitolo delle vie giudiziarie al socialismo.