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  Il tallone dell’Ulivo
12 novembre 2003

Hanno tutte un fondamento le reazioni degli esponenti della Casa delle Libertà al manifesto preparato da Romano Prodi per lanciare la lista unica dell’Ulivo alle prossime elezioni europee. E’ sicuramente vero che il presidente della Commissione Ue usa la propria carica europea per fini personali nella politica italiana. E merita in pieno la qualifica di “scorretto” affibbiatagli dal leader del Ppe Hans-Gert Pottering. E’ ancora più vero che questo uso disinvolto del suo doppio ruolo Prodi lo va esercitando ormai da lungo tempo. Non è un bello spettacolo vedere il presidente della Commissione Ue punzecchiare, polemizzare e lanciare strali avvelenati al connazionale Silvio Berlusconi che in nome del comune paese guida il semestre italiano di presidenza europea. Ed è altrettanto vero, infine, che le cinquanta pagine di manifesto tanto strombazzato dalla sinistra italiana contengono la più incredibile e scontata acqua fresca di quella vena cattocomunista che dopo quarant’anni di produzione è ormai arrivata al limiti dell’esaurimento ideale e culturale.

Ma tra le giuste critiche degli esponenti del centrodestra manca la principale. Quella relativa alla credibilità di Romano Prodi come leader di uno schieramento che non solo si candida a governare l’Italia, ma pretende addirittura di guidare l’intera Europa a competere ad armi pari con gli Stati Uniti.Non c’è bisogno, a questo proposito, di riesumare le pur significative vicende dell’Iri, della Sme, di Telekom-Serbia, della dipendenza assoluta e totale alla lobby debenedettiana e della immodificabile tendenza a subordinare perennemente gli interessi nazionali a quelli dei “poteri forti” stranieri in nome, ovviamente, dell’interesse politico personale. Basta sollevare agli occhi degli italiani ciò che per Prodi è il proprio fiore all’occhiello, l’introduzione dell’euro. E porre l’interrogativo non se la moneta unica europea fosse o meno utile ma se il presidente del Consiglio dell’epoca, cioè Romano Prodi, si sia mai preoccupato di creare qualche strumento di prevenzione e di controllo delle inevitabili ripercussioni provocate dall’introduzione della nuova moneta.

Non ci voleva una particolare scienza nel prevedere le conseguenze dell’euro. Qualsiasi studente del primo anno d’economia sa che ad ogni cambio di moneta corrisponde l’aumento dei prezzi e dell’inflazione. E non c’è bisogno di aver compiuto particolari ricerche sull’economia italiana per sapere che la fine della utilizzazione dello strumento della svalutazione monetaria avrebbe fatto saltare la competitività di una larga fetta del mondo produttivo nazionale. Perché Prodi, che già aveva alle spalle una carriera punteggiata di clamorosi fallimenti, non ha mosso un dito per ridurre e tenere sotto controllo l’impatto dell’euro? Perché fa parte di quella categoria di europeisti convita della necessità di subordinare sempre e comunque gli interessi degli italiani a quelli delle oligarchie franco-tedesche egemoni in Europa? O perché quando ha dato il via libera all’euro già era consapevole che avrebbe perso la guida del governo ed ha preferito lasciare la bomba innescata nelle mani dei suoi successori? In un caso o nell’altro come fidarsi del responsabile del dimezzamento del tenore di vita degli italiani?