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Il sogno infranto 13 novembre 2003 I carabinieri ed i soldati assassinati in Iraq sapevano dei rischi che correvano. Ma nel loro intimo erano certi di poter contare sul salvacondotto assicurato dalla loro diversità, rispetto alle truppe di qualsiasi altro paese, assicurata dalla bandiera tricolore. Italiani brava gente, armata sagapò, forza di pace, soldati che curano e non sparano, portatori di umanità, comunicativa, simpatia. Dai tempi di Kindu in poi, e con la sola eccezione sfortunata della missione in Somalia, qualunque missione internazionale delle nostre Forze Armate aveva dimostrato che la diversità italiana funzionava. E, soprattutto, che questa diversità fatta di sinceri ideali e una grande dose di buonismo ipocrita rappresentava addirittura un modello di comportamento a cui convertire tutti i grandi paesi del mondo. In particolare quelli bellicisti e militaristi come Usa e Gran Bretagna. Il sogno, che è la diretta conseguenza non solo del pacifismo ideologico cattolico e post-comunista, ma anche del peso niente affatto ridotto della memoria della guerra perduta, è stato infranto ieri a Nassirya. E sugli italiani, tutti, senza eccezione alcuna, produce non solo il dolore per la tragica fine di quattordici ragazzi colpevoli solo di fare il loro dovere. Ma anche l’angoscia di dover toccare con mano di non godere di alcuna particolare predilezione da parte del Padreterno o del destino. Il modello che mescolava ideali ed ipocrisia è stato tragicamente spazzato via. Insieme con la vita dei quattordici connazionali in uniforme. D’ora in avanti non ci si potrà più illudere ed autoingannarsi che una missione militare in un territorio segnato dalla guerra possa risultare talmente priva di pericoli da essere contrassegnata con il marchio della pace. Ma, soprattutto, d’ora in avanti nessuno potrà continuare ad immaginare che la diversità italiana ci pone in una posizione esterna e privilegiata rispetto alla guerra che il terrorismo fondamentalista ha scatenato contro il mondo civile e democratico di cui siamo parte integrante. Nessuno si sarebbe mai augurato di dover interrompere in maniera così tragica il sogno così a lungo cullato. Ma ora che il peggio è avvenuto e che ha messo in chiaro come l’Italia non possa sfuggire ai compiti imposti dal proprio ruolo internazionale, è necessario un atto di responsabilità collettivo. Del paese e della sua intera classe politica. Senza furbizie, strumentalizzazioni, sciacallaggi di alcun genere. Senza retropensieri di qualsiasi natura. Soprattutto elettoralistica. |