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  La terza via inesistente
22 novembre 2003

Il vizio della ricerca di una terza via è ricorrente nella storia della sinistra italiana di collocazione non massimalista. L’ultima sua applicazione riguarda la questione della guerra al terrorismo e della missione in Iraq. E si concretizza nella tesi, esposta da tutti i massimi dirigenti del futuro triciclo ulivista, secondo cui non è possibile richiamare in patria i militari inviati sul territorio irakeno ma, al tempo stesso, è necessario rivedere totalmente la strategia che ha spinto il governo a decidere in favore della missione in Iraq. Come ogni terza via che si rispetti, però, anche questa di politica internazionale ha una sola ed immodificabile caratteristica. Non esiste. O meglio, esiste come artificio dialettico per non lasciarsi schiacciare tra il sostegno acritico al governo di Silvio Berlusconi e la richiesta dell’ultra sinistra di un immediato ritiro dei nostri soldati. Ma al di fuori di questo aspetto strumentale ed artificioso non ha alcuna rispondenza con la realtà. 

La prova del nove di questa asserzione è facile da realizzare. Basta immaginare cosa succederebbe oggi se al posto del governo Berlusconi ci fosse un governo D’Alema, Amato o Prodi e tirare le logiche conseguenze. Nessun esecutivo degno di questo nome, anche se fosse guidato da Bertinotti o Agnoletto, potrebbe mai decidere di proclamare il “tutti a casa” senza perdere la faccia e la credibilità nei confronti non solo degli alleati ma anche dei fondamentalisti islamici nemici e dell’intero mondo arabo. 
Esclusa la ritirata, allora, che potrebbe fare un governo di sinistra di diverso rispetto al comportamento del governo di centro destra nei confronti della crisi irakena e della minaccia terroristica globale? Potrebbe sollecitare un rapido coinvolgimento di Francia, Germania e delle altre potenze europee inizialmente contrarie alla guerra di Bush? Potrebbe premere per un sollecito intervento dell’Onu per trasformare l’illegittima occupazione americana in una legittima occupazione di truppe malesi, olandesi o di qualche altro paese minore per sperare di poter sfruttare la copertura delle Nazioni

Unite per riportare a casa i nostri militari? Potrebbe investirebbe l’Unione Europea della questione chiedendo il coinvolgimento diretto delle istituzioni del Vecchio Continente sempre per cercare di nascondere l’obbiettivo di far rientrare senza discredito e disdoro il nostro contingente? Queste domande hanno una sola risposta. Un eventuale governo dell’Ulivo non potrebbe fare nulla di tutto questo. A meno, ovviamente, di non volersi coprire di ridicolo. Francia e Germania non muoverebbero un dito. Neppure per dare una mano ai nemici di Berlusconi. Il loro miope egoismo nazionale è superiore a qualsiasi suggestione o richiamo. A sua volta l’Onu, che ha già chiuso la propria sede a Bagdad dopo l’attentato di Al Qaida, continuerebbe a fare ciò che ha fatto fino ad ora. Cioè nulla. E nello stesso modo si comporterebbe l’Ue, sempre più realtà burocratica e sempre meno istituzione politica credibile ed autorevole. E allora? La conclusione è semplice. I vari D’Alema e Rutelli dovrebbero smetterla di arrampicarsi sugli specchi. E proporre l’unica linea seria che un vero movimento riformista dovrebbe portare avanti in questi tempi di guerra anomale e globale: rompere con i massimalisti e sostenere la necessità di una linea bipartisan contro la minaccia del terrorismo. Ma per essere riformisti non basta l’etichetta. Ci vogliono i fatti. Quelli che gli ulivisti non sanno o non vogliono realizzare!