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  L’impresa di Fini
26 novembre 2003

L’esame-Israele è stato superato con grande successo. Il viaggio di Gianfranco Fini a Gerusalemme consegna all’Italia ed all’Europa un leader politico definitivamente liberato dalle zavorre di un passato. Le conseguenze saranno numerose. A partire dall’ormai inevitabile inserimento di Alleanza Nazionale nel Partito Popolare Europeo a finire con l’inevitabile candidatura dello stesso Fini a raccogliere l’eredità di Silvio Berlusconi nel momento in cui l’attuale presidente del Consiglio deciderà di passare la mano. Magari per andare al Quirinale. Se Gianfranco Fini vuole dare più solide basi alle proprie legittime ambizioni ed espirazioni deve però passare dall’esame-Israele ad una impresa sicuramente più difficile e faticosa di quella appena conclusa. 

Gli esponenti della sinistra più oltranzista ora gli chiedono di continuare a passare gli esami. Ed, in particolare, gli intimano di convincere l’intero gruppo dirigente di An, Mirko Tremaglia compreso, a seguire il suo esempio ed a sconfessare non solo le leggi razziali del fascismo ma l’intera esperienza della Repubblica Sociale Italiana. Ma l’impresa a cui Fini deve mettere mano non è questa. Le pretese dell’ultra sinistra sono chiaramente strumentali. Puntano a tenere sotto schiaffo per l’eternità il leader di An. E come tali vanno respinte senza mezzi termini. Anche perché Fini non ha problemi a costringere tutti i suoi dirigenti a seguirlo nel balzo in avanti che ha compiuto con grande capacità e coraggio. E tutta An, anche chi non la pensa come il proprio presidente, ha interesse a non rimanere ferma al palo, pena il ritorno al vecchio ghetto ed alla marginalità politica.

L’impresa del leader definitivamente sdoganato è di tutt’altro genere. E riguarda la necessità di trascinare su posizioni nuove e moderne non già un apparato politico che, come l’intendenza di Napoleone, è obbligato comunque a seguire, ma quel bizzarro mondo della cultura di destra che dal ’45 ad oggi non solo non è riuscito a fare un solo passo in avanti rispetto alle rilettura dell’esperienza del ventennio ma si è addirittura rifugiato nella esaltazione delle parti peggiori o marginali di quella esperienza storica. A meno che Fini non voglia troncare con questo mondo, abbandonandolo a se stesso, quindi, deve promuovere una vera e proprio rivoluzione culturale. Non per fare contenti i suoi avversari di sinistra. Ma per dare una solida base di riferimento alla nuova destra italiana. L’impresa è difficile. Ma meno di quanto si possa credere. Si tratta di far tornare alla luce il fiume carsico della destra storica sgombrando il suo percorso da tutti i detriti che si sono accumulati, soprattutto negli ultimi decenni, a causa degli intellettuali di retroguardia.

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  La verifica obbligata
7 novembre 2003

I “franchi tiratori” non sono mai un fenomeno isolato. Non spuntano dal nulla e scompaiono nel nulla. Al contrario, provengono da un interesse politico preciso. E non smettono di sparare il loro metaforico fucile caricato a voti segreti fino a quando l’interesse non viene soddisfatto. O con le buone o con le cattive, rappresentate dallo sfascio del quadro politico del momento. In questa luce la bocciatura a scrutinio segreto della riforma Castelli alla Camera sembra quindi destinata ad uno sbocco obbligato. Che non può essere quello dello sfascio del quadro politico, visto che anche i più stupidi esponenti della maggioranza non sono dei masochisti disposti a tagliarsi gli attributi pur di far dispetto ai Bossi, ai Fini ed ai Follini di turno. E che, di conseguenza, deve necessariamente essere quella verifica e quel rimpasto chiesto a viva voce dal vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini e dal leader dell’Udc Marco Follini. 

Si sa che Silvio Berlusconi da quest’orecchio non ci vorrebbe sentire. E non per non dare soddisfazione alle richieste di alcuni dei propri alleati. Ma in base alla esperienza consolidata secondo cui le verifiche ed i rimpasti si sa come si aprono ma non si può mai prevedere come possano finire. Il presidente del Consiglio non può permettersi il lusso di affrontare una possibile crisi di governo nel bel mezzo del semestre di presidenza italiana della Ue. E per questo, in perfetta intesa con il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, non vorrebbe dare alcun ascolto ai segnali lanciati dai “franchi tiratori”. Ma la regola degli anonimi sparatori la conosciamo tutti: se Berlusconi continua a rimanere sordo ai colpi le raffiche continueranno senza tregua. Con il rischio che un botto più grosso degli altri possa provocare una rottura incontrollabile ed irrecuperabile del quadro politico. 

Che fare, allora? Per il presidente del Consiglio la strada è obbligata. Se vuole evitare il rischio di un disastro non deve far altro che annunciare ufficialmente la decisione di fissare la verifica subito dopo la scadenza del semestre di presidenza europea. Solo un impegno formale in questo senso può frenare lo stillicidio di imboscate e lo sfaldamento definitivo della maggioranza di governo. Certo, è comprensibile che Berlusconi possa considerare un gesto del genere come una resa ai prepotenti. Ma la promessa della verifica non chiuderebbe i conti all’interno della maggioranza. Il finale di partita sarebbe rinviato alla conclusione del cosiddetto “tagliando”. Ed in quella fase il leader della Casa delle Libertà avrebbe tutte le carte per imporre il proprio gioco. Sempre che lo voglia!