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  La Cgil inutile
20 febbraio 2004

Se il governo decidesse di non toccare più nulla sulle pensioni e definisse “riforma” il suo rifiuto di fare alcunché, la Cgil direbbe comunque di no e si scatenerebbe in una durissima battaglia contro la linea dell’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. La secca bocciatura anticipata da Guglielmo Epifani dell’ultimo tentativo di Roberto Maroni di aprire un dialogo con le forze sociali sulla riforma pensionistica, rientra in questa logica. La Cgil dice comunque no. E la sua posizione non sfiora neppure il merito della questione. E’ pregiudiziale e di principio. E serve a confermare, se qualcuno non lo avesse ancora capito, che l’ex cinghia di trasmissione del partito della classe operaia non tratta e non tratterà mai con il governo del centro destra. Fino a quando Silvio Berlusconi rimarrà a Palazzo Chigi il posto della Cgil non sarà dietro il tavolo delle trattative sui temi sociali ma nelle piazze, ad organizzare una protesta di contenuto esclusivamente ideologico e politico. La scelta di Epifani non stupisce. Soprattutto in considerazione che la Cgil si è apertamente schierata a fianco del Triciclo ulivista e si considera in piena campagna elettorale per il parlamento europeo. 

Ma il mancato stupore non deve far passare sotto silenzio la conseguenza principale della scelta del successore di Cofferati. Che non è tanto la totale politicizzazione del sindacato, evento ricorrente nella storia della Cgil. Quanto la sua autoesclusione da qualunque tipo di confronto sociale. E, quindi, la rinuncia a svolgere fino in fondo la sua funzione naturale, che dovrebbe essere quella della rappresentanza dei diritti e degli interessi dei lavoratori piuttosto che quella di fare l’opposizione pregiudiziale ad un governo giudicato nemico. Ma a che serve un sindacato che invece di fare il proprio mestiere scimmiotta quello dei propri partiti di riferimento? La risposta la lasciamo ai lavoratori. Che non dovrebbero essere molto soddisfatti della scelta di Epifani di incrociare virtualmente le braccia in attesa della fine della legislatura o di una improbabile caduta anticipata del Cavaliere. Alla lunga potrebbero sentirsi traditi. E magari scoprire che a tutelare i loro interessi non ci pensa solo qualche altro sindacato, confederale o autonomo che sia, ma anche lo stesso governo.