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La democrazia ribloccata 11 marzo 2004 Massimo D’Alema è abilissimo ad arrampicarsi sugli specchi. Lo fa con quel suo solito filo di spocchia tesa a convincere chi lo ascolta di avere a che fare con un essere superiore ed infallibile. Ma non sempre l’operazione gli riesce. Quella di spiegare il non volto del “triciclo” sulla questione Iraq con la bizzarra tesi che le missioni decise dal centro sinistra erano buone e quella del centro destra cattiva, è stata sicuramente la sua prova peggiore. Ad aiutarlo non hanno contribuito né il suo innegabile professionismo, né la solita arroganza dell’aspirante “migliore”. Le sue dichiarazioni a “Radio anch’io” sono apparse strumentali e fasulle in maniera lampante sia agli occhi dei pacifisti oltranzisti che non hanno capito perché mai il “triciclo” abbia deciso di non votare, se contrario alla missione, sia agli occhi dei riformisti veri, che non hanno intuito perché mai i partiti dell’Ulivo abbiano disertato l’aula di Montecitorio se convinti che il rituro dei soldati dall’Iraq sarebbe un errore. D’Alema, naturalmente, si può riconsolare registrando che non è stato il solo del centro sinistra a suscitare scontenti da una parte e dall’altra. Ma non può andare troppo oltre nell’autocompiacimento. Per la semplice ragione che le sue non sono state contraddizioni personali ma hanno confermato in pieno la totale incapacità dell’attuale opposizione di avere una politica estera comune. La lacerazione tra massimalisti e riformisti può trovare momenti di compromesso su qualsiasi altra questione sul tappeto. Dalla giustizia alle pensioni. Ma non può e non riuscirà mai a registrare una ricucitura sulla politica estera. Il voto di ieri alla Camera, e le stesse parole di D’Alema, indicano senza possibilità di equivoco che le sue sinistre sono portatrici di due antitetiche linee di politica estera. I terzomondisti non potranno mai essere filo-occidentali e viceversa. Questa spaccatura, che è quella che storicamente divide la sinistra italiana ogni volta che si trova di fronte al problema della guerra, non è una ferita curabile. E’ un colpo mortale alla credibilità del centro sinistra come forza di governo. I tempi in cui i governi italiani potevano permettersi di non avere una propria politica estera e di nascondersi dietro quella dell’Alleanza Atlantica sono finiti da un pezzo. Oggi non può esserci maggioranza senza una posizione inequivoca sulle grandi questioni internazionali. E poiché la sinistra nel suo complesso non riesce a trovare sull’argomento una posizione unitaria, non può essere considerata un’alternativa credibile e possibile al centro destra. La lacerazione sull’Iraq condanna la Cdl a governare il paese ancora a lungo e la sinistra a subire le conseguenze della democrazia riboccata. Dalle proprie contraddizioni! |