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  Berlusconi e Ferrara
19 marzo 2004

Adesso tutti fanno a gara nel rilevare le ragioni nascoste della clamorosa rottura avvenuta sul caso Sofri tra Giuliano Ferrara e Silvio Berlusconi. Ognuno ha una sua particolare verità da diffondere ai quattro venti o sibilare nei salotti. Ed in questo calderone di chiacchiere a buon mercato ce n’è per tutti i gusti. Dalla semplice maldicenza alla più corposa calunnia. Lasciamo agli amanti del pettegolezzo il gusto di sguazzare in questo stagno maleodorante. La parte più importante della vicenda è un’altra. Ed è la morale politica che emerge dalla rottura tra l’Elefantino ed il Cavaliere. Berlusconi ha subordinato l’amicizia con Ferrara e gli impegni su Sofri che aveva assunto con il direttore de “Il Foglio” alla tenuta della Casa delle Libertà. Se avesse rispettato gli impegni ed onorato l’amicizia la maggioranza di centro destra avrebbe subito delle pericolosissime lacerazioni alla vigilia di una difficile campagna elettorale.

Alleanza Nazionale, che sente alla sua destra il morso della Mussolini e della lista dei nostalgici della Fiamma, non avrebbe potuto sopportare la sconfitta sulla vicenda del recluso di Pisa. Ha preteso che Berlusconi piegasse la testa e si prepara ad esibire lo scalpo di Sofri alla parte più giustizialista e forcaiola del proprio elettorato. Lo stesso ha fatto la Lega, con motivazioni assolutamente identiche a quelle del partito di Gianfranco Fini. E la pressione congiunta dei due alleati principali della coalizione di governo ha spinto il leader della Casa delle Libertà a preferire di dare un dispiacere personale a Ferrara pur di mantenere unita la coalizione. Avrebbe potuto fare altrimenti il presidente del Consiglio? In questo momento probabilmente no. Ma qualcosa avrebbe potuto fare in precedenza. E non per fare un favore al direttore de “Il Foglio” o all’ala garantista della maggioranza, ma per marcare il proprio ruolo politico nei confronti degli alleati. Un ruolo che non è e non può essere quello di passivo esecutore delle volontà altrui o di semplice punto di equilibrio di forze diverse e tendenzialmente conflittuali, ma deve essere quello che gli viene dato dal consenso popolare ottenuto: quello di vincitore delle passate elezioni, artefice primo della coalizione e guida e non rimorchio della maggioranza.

Con quale volto la Casa delle Libertà ha battuto il centro sinistra e conquistato il diritto di governare il paese? Con quello giustizialista e forcaiolo dei dirigenti di An e della Lega preoccupati di non perdere voti tra i movimentasti dell’estrema destra o con quello aperto, liberale, innovatore del suo leader? Berlusconi avrebbe dovuto far capire ai suoi alleati che non conviene a nessuno, in primo luogo a loro stessi, cambiare la faccia alla coalizione offuscando quella del Cavaliere a vantaggio di quelle degli esponenti che rincorrono la destra estrema. Berlusconi, in sostanza, avrebbe dovuto difendere, più che i suoi interessi particolari, come ha sottolineato malignamente Ferrara, se stesso ed il senso politico complessivo della sua presenza in politica. C’è ancora un margine per correggere l’errore, o è tutto ormai compromesso come vorrebbe far credere il direttore de “Il Foglio”? Il tempo c’è. Ed è sulla volontà di utilizzarlo che Berlusconi si gioca la partita dei prossimi due anni. Sempre che la corte dei miracoli a cui troppo spesso si affida non lo spinga a rinunciare a se stesso a vantaggio dei piccoli interessi, suoi o di qualche inquieto alleato.