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  La marcia dei traditori
23 marzo 2004

C’è veramente qualcosa che non funziona nella politica italiana. Sabato scorso i pacifisti invadono Roma con i soliti treni e pullman organizzati dalla Cgil. I loro slogan non sono solo in favore della pace ma sono soprattutto contro gli Stati Uniti. Sfilano per ore ed ore nel centro della capitale ed in tutto questo tempo non sprecano una sola parola di condanna nei confronti del terrorismo, ma dedicano tutta la loro energia ad esacrare gli Usa e ad inneggiare alla cosiddetta “resistenza irachena”. Di fronte a questo spettacolo il segretario dei Ds Piero Fassino, che aveva partecipato il venerdì precedente alla manifestazione contro l’internazionale del terrore, avrebbe dovuto astenersi dal tentare di infilarsi nel corteo. C’è un limite alla politica delle due scarpe e delle due facce in commedia. Invece, scortato dal proprio servizio d’ordine, tenta di fare quattro passi con la maschera del pacifista ad oltranza. E finisce scacciato in malo modo da quei militanti dei Comunisti Italiani e dei “disobbedienti” che avevano meticolosamente preparato la protesta contro i Ds per conquistare il proprio quarto d’ora di celebrità. Soprattutto in vista delle prossime elezioni europee. 

La marcia dei pacifisti è stata dunque contrassegnata non dalla condanna inappellabile del terrorismo ma dall’estrema intolleranza nei confronti di quanti proclamano, magari in maniera contraddittoria come Fassino, la loro opposizione ai terroristi assassini. In un paese normale la reazione della stragrande maggioranza degli osservatori politici e dei dirigenti dei partiti sarebbe stata quella di denunciare l’assurdità del pacifismo sanguinario, quello che in nome della pace giustifica di fatto le stragi ed i massacri che dall’11 settembre del 2001 in poi hanno punteggiato i più diversi paesi del mondo. Invece l’attenzione generale si sposta sull’avvenimento marginale della contestazione a Fassino. Tutti a paragonare la contestazione del segretario dei Ds con l’assalto a Luciano Lama all’Università di Roma alla fine degli anni ’70, a sottolineare l’esistenza di due sinistre ed a lamentare che in questo modo l’opposizione si presenterà divisa all’appuntamento delle elezioni europee e perderà l’occasione di battere Silvio Berlusconi e lo schieramento di centro destra. 

Ma che valore può avere scoprire ciò che è noto ormai da tempo, e cioè l’esistenza di una spaccatura nella sinistra, di fronte all’evidente dimostrazione che una parte della sinistra italiana giustifica, sostiene ed inneggia ai terroristi? E, soprattutto, che interesse può avere la contestazione a Fassino quando in realtà il popolo pacifista ha sfilato a Roma in favore di quei terroristi che hanno ucciso non solo a New York, Gerusalemme e Madrid ma hanno anche massacrato i nostri carabinieri e soldati a Nassirya? In un paese normale nessuno si stupirebbe se in base a questa considerazione si alzassero voci per denunciare il “tradimento” dei falsi pacifisti. Nel nostro nessuno osa tanto. Al massimo qualcuno rileva stupito che, probabilmente, molti dei pacifisti di sabato hanno partecipato commossi ai funerali degli italiani uccisi in Iraq dalla “gloriosa” “resistenza irachena”. Che cos’è? Confusione mentale e morale? Disinformazione o dimostrazione di osceno infantilismo di una sinistra che si rifiuta di crescere per continuare a sfuggire alle proprie responsabilità? Il nostro, allora, continua ad essere un paese anormale. Per colpa di irresponsabili su cui, però, incombe una sorte beffarda. Quella di essere costretti a crescere di fronte alla terza guerra mondiale dichiarata dai terroristi. Ed a farlo scegliendo tra la strada del tradimento e quella della difesa della libertà. In questa luce anche il “caso Fassino” è destinato a sbrogliarsi automaticamente. Pure “il segretario tentenna” è chiamato a scegliere!