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Aridatece Umberto 25 marzo 2004 Sulla malattia che ha colpito Umberto Bossi è calato un velo di rispetto. La famiglia aveva chiesto il silenzio-stampa sul decorso del ricovero ospedaliero del leader della Lega. Ed anche le voci più disparate sulle condizioni del “senatur” si sono diffuse in un battibaleno, tutti hanno aderito alla richiesta dei familiari. Ognuno con una motivazione diversa, stima, solidarietà, carità cristiana, affetto, considerazione politica. Ma tutti con un fondo di simpatia nei confronti di un personaggio che proprio nel rivendicare la propria diversità padana è finito con l’entrare nel cuore di tantissimi italiani, “terroni” compresi. In fondo chi è più “arcitaliano” di Umberto Bossi? Per singolare paradosso, però, gli unici che non hanno rispettato fino in fondo l’impegno al silenzio sul leader del Carroccio sono stati proprio i dirigenti della Lega. Che senza dichiararlo apertamente ed, anzi, stragiurando di non pensarci per nulla e lanciando augurio di sollecita guarigione, hanno di fatto aperto la corsa alla successione del leader malato a colpi di dichiarazioni oltranziste nei confronti del governo e degli alleati del centro destra. Il fenomeno non può e non deve scandalizzare. Alla vigila di una campagna elettorale impegnativa e nella consapevolezza che il leader carismatico del movimento difficilmente potrà tornare in campo prima del voto, è assolutamente normale che i dirigenti di massimo livello della Lega si pongano il problema di come colmare il vuoto temporaneamente lasciato dal “capo” e si sforzino di aumentare la propria visibilità personale nell’eventualità che il “capo” debba essere sostituito. Di qui la passerella di Castelli di fronte alla Camera insieme con i giovani “padani” che molto italianamente gridavano slogan antitaliani, gli ammonimenti di Calderoli sulle riforme e, soprattutto, il “no” di Maroni al decreto spalmadebiti sul calcio e la sua minaccia di uscire dal governo in caso di mancata approvazione del federalismo.
Tutto logico, tutto normale, tutto scontato! A condizione che i candidati alla successione non si facciano prendere la mano. Con conseguenze nefaste non solo per la maggioranza ma per la stessa Lega. |