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Una resurrezione 17 aprile 2004 Si può essere orgogliosi della propria squadra di calcio, della propria automobile, della proppria azienda, della propria fede religiosa. E, naturalmente, è più che mai legittimo, essere orgogliosi del proprio partito, del proprio circolo, sia esso sportivo, degli scacchi o delle bocce. Insomma in Italia si può essere orgogliosi di tutto. Tranne che di essere italiani. Se qualcuno ha la mala ventura di manifestare questo insano pensiero viene subito bollato come uno sciocco, un babeo, un poveraccio o, peggio, un fascistello in ritardo nel tempo e nella storia. Ma siamo sicuri che questo è il sentimento profondo della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica italiana? O non è solo il vezzo ormai datato e superato di una casta di intellettuali e di politici che ha perso il contatto con la realtà del paese e vive barricato nel proprio ristretto mondo autoreferenziale impegnato soltanto a custodire nevroticamente i falsi miti e gli inutili tabù costruito nei decenni passati? Il caso di Fabrizio Quattrocchi, che muore rivendicando orgogliosamente la propria identità nazionale, consente di dare una risposta a questi interrogativi. Gli intellettualini barricati nei media delle grandi lobby editorial-finanziarie hanno subito ironizzato su questo singolare personaggio che si permette di morire rompendo lo stereotipo dell’italiano vigliacco e piagnone. Ed hanno colto l’occasione per ripetere per l’ennesima volta la solita pappardella brechtiana del “beato il paese che non ha bisogno di eroi”. Con toni ancor più truculenti si sono poi espressi gli intellettualoni della sinistra dura e pura che dai loro giornali e dalle loro tribune generosamente offerte dai media televisivi nazionali hanno sprezzantemente condannato il “mercenario” e la sua “bella morte” da epigono del fascismo del crepuscolo. Ma la gente comune, i lavoratori normali, la massa delle persone che non sanno chi è Brecht e vivono ugualmente, ha reagito in maniera completamente diversa. Si provi a dire ad un qualsiasi operaio delle grandi fabbriche di Genova che il loro concittadino merita di essere sbeffeggiato per questa sua morte politicamente scorretta! Lo si faccia con quelli che si incontrano per strada, nelle grandi città come nei paesini di campagna! La risposta è nella migliore delle ipotesi un insulto. Il paese reale ha superato le ubbie masochistiche della sua classe politica ed intellettuale. E non si vergogna affatto di sentirsi orgoglioso dell’orgoglio mostrato da Quattrocchi. Chi voglia essere in sintonia con gli italiani , quelli veri e non quelli allevati nella batteria culturale catto-comunista, faccia tesoro di quanto avvenuto in Iraq. La strage di Nassiriya e l’assassinio di Quattrocchi hanno prodotto un singolare miracolo: la resurrezione della patria degli italiani. |