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  Ricatti ed elezioni
28 aprile 2004

L’unica strada in grado di condurre alla liberazione degli ostaggi è del tutto impraticabile. I familiari hanno il dovere morale ed umano di illudersi che piegandosi ai ricatti dei rapitori e promovendo manifestazioni di condanna del governo nazionale sia possibile favorire il ritorno in Italia dei sequestrati. Ma chi può ragionare con freddezza e senza condizionamenti di tipo sentimentale sa fin troppo bene che l’unico modo per sbloccare la situazione sarebbe quello di bloccare la campagna elettorale per il Parlamento europeo e rinviare le elezioni a data da destinarsi. Sgomberato il campo dalla possibilità di ripetere in Italia l’operazione perfettamente riuscita in Spagna, i sequestratori non avrebbero più grandi margini di manovra e sarebbero costretti o ad uccidere le loro vittime, dimostrando la loro assoluta impotenza politica, o a trattare con il governo italiano non il ritiro delle truppe da Nassiriya ma aiuti umanitari per le popolazioni irachene.

Ma al momento il rinvio delle elezioni è un’ipotesi del tutto irrealistica. E’ probabile che presto o tardi le democrazie occidentali debbano affrontare il problema di tutelare le proprie consultazioni elettorali dai tentativi di condizionamento degli “stati canaglia” e dei terroristi internazionali. Ora, però, è ancora troppo presto. Nelle forze politiche e nelle diverse opinioni pubbliche occidentali (non solo in quelle italiane) non c’è ancora la consapevolezza di essere finiti in una guerra globale di nuovo genere destinata a durare per anni ed anni. L’appuntamento elettorale, quindi, verrà rispettato. Ed in questa prospettiva nessuno può illudersi, come i familiari delle vittime, che un primo maggio contrassegnato dalla protesta antigovernativa dei pacifisti possa accelerare i tempi della liberazione. L’infame gioco sulla vita degli ostaggi condotto dai terroristi è destinato ad andare avanti almeno fino al 12 giugno. Nella convinzione nutrita dagli analisti del terrore che l’Italia è un “ventre molle” dell’Occidente così come ha dimostrato di esserlo la Spagna.

L’obiettivo è di trasformare la campagna elettorale in un crescendo di proteste, critiche e contestazioni del governo guidato dal centro destra. Per arrivare ad un voto che, pur riguardando il Parlamento di Strasburgo, si trasformi in un’ondata incontenibile destinata a fare piazza pulita del governo di Silvio Berlusconi e degli attuali equilibri politici del paese. Il calcolo dei terroristi è chiaro. Non è forse vero che questo è il paese del “tutti a casa”, del pacifismo cattolico, di quello della sinistra e di quello naturale di un popolo che si sente beato perché non ha eroi tranne quelli che ne interpretano le caratteristiche più negative? Logica vorrebbe, allora, che il 1 maggio si trasformasse nel punto di partenza dell’onda lunga pacifista. E che in un mese e mezzo la destabilizzazione politica del paese fosse completata. Ma forse nella loro raffinata analisi i terroristi hanno commesso un errore. Quello di pensare che la realtà del paese sia quella espressa dalla sua cultura egemone. Se è così sono destinati ad andare incontro ad una singolare sorpresa. Gli italiani sono diversi da come amano farsi dipingere. E dopo sessant’anni di autoflagellazione sono ormai pronti a dimostrarlo!