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Voglia di concertazione 1 giugno 2004 Ci sono due tipi di concertazione. Una corporativa ed una democratica. E per essere realizzate hanno ognuna bisogno di una particolare condizione politica. Quella corporativa, a cui nessuno osa fare apertamente riferimento ma che costituisce il sogno nascosto di un numero infinito di politici, industriali e sindacalisti, ha bisogno di un sistema politico in cui il potere esecutivo abbia la forza e la potestà di imporre la chiusura dei conflitti sociali sulla base delle proprie priorità. L’esempio più classico di concertazione corporativa nel nostro paese è, ovviamente, quello realizzato dal regime fascista. Ma non è il solo. Accanto a questa sorta di modello primigenio c’è anche quello degli anni del consociativismo politico tra Dc e Pci, che in un quadro di regime semi-autoritario ma con il marchio del “politicamente corretto” assicurato dalla sinistra, ha prodotto tutti i giganteschi guasti giunti al pettine a distanza di trent’anni. Dal debito pubblico ormai incontrollabile ai casi delle aziende pubbliche disastrate come l’Alitalia. Quando il neo presidente di Confindustria e di Fiat Luca Cordero di Montezemolo ed il Governatore della Banca d’Italia parlano di concertazione fanno forse riferimento a quella autoritaria del fascismo o a quella semi-autoritaria del consociativismo? La risposta è, ovviamente (o almeno si spera), negativa. Tutto lascia credere che si riferiscano ad una concertazione di tipo democratico, realizzata faticosamente e tra mille contrasti negli anni successivi a quelli del regime consociativo. E qual è il quadro politico entro cui quella forma di concertazione ha trovato alcune forme di applicazione positive, senza trasformarsi in strapotere del mondo industriale, come ai tempi del fascismo, né nel trionfo del pan-sindacalismo come ai tempi del consociativismo catto-comunista? Fazio, Montezemolo e tutti quelli che invocato il ritorno ad un’età dell’oro che nella realtà ha fatto solo alcune fugacissime apparizioni sanno perfettamente che per realizzare la concertazione democratica ci vuole una incredibile e fortunata concomitanza di condizioni politiche. La coalizione di governo deve essere larga e coesa, l’opposizione parlamentare deve essere disposta a trattare su questioni di massima importanza nazionale, le confederazioni sindacali debbono rappresentare gli interessi materiali dei lavoratori e non i loro progetti ed ideali politici. E, soprattutto, il conflitto sociale può anche trovare come soluzione quella di un referendum combattuto ma non può mai trasformarsi in una sorta di guerra civile infinita in cui non si fanno prigionieri. Nel sistema bipolare della democrazia dell’alternanza si possono realizzare queste condizioni politiche? La risposta è seccamente ed inequivocabilmente negativa. Qualcuno sostiene che se è la sinistra a governare la concertazione diventa automatica. Ma l’esperienza della legislatura dell’Ulivo insegna che in quel caso la concertazione si traduce in paralisi. I sindacati fanno accordi con le grandi industrie parassitarie con il beneplacito del governo. Ma non per produrre sviluppo ma solo per conservare i vecchi e reciproci privilegi. Per la concertazione democratica, allora, ci vuole un diverso sistema politico. Con un maggioritario profondamente corretto, con il taglio delle ali estremiste a destra ed a sinistra all’atto della formazione del governo del paese e, soprattutto, con il pieno recupero delle singole confederazioni sindacali della propria autonomia rispetto al mito dell’unità al servizio di Cgil e della sinistra. E questo che vogliono Montezemolo, Fazio ed i nostalgici della concertazione? Se è così lo dicano apertamente. Potrebbero trovare consensi insperati. |