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  Lo sbarramento didattico
6 agosto 2004

A destra ed a sinistra si fa un gran parlare di partiti unici, di schieramenti bipolari unitari, di grandi aggregazioni sul modello delle democrazia anglosassoni. E mentre il dibattito cresce e le discussioni si infervorano i fautori del ritorno al proporzionale lavorano, raccolgono consensi e creano le condizioni perché alla ripresa di settembre il patto di maggioranza di fine legislatura si fondi sullo scambio tra federalismo e proporzionale.L’ipocrisia regna dunque sovrana sulla scena politica italiana. Ma accanto e sotto l’ipocrisia regna anche il realismo. Ed è con questo che bisogna fare i conti quando si deve affrontare il tema dello scambio tra federalismo e proporzionale.
Ad essere ipocriti, infatti, bisognerebbe respingere con sdegno la logica del baratto politico. Naturalmente motivandolo con ragioni alte. Quali l’indeterminatezza di un federalismo che rischia di aggravare in maniera irreparabile i guasti già provocati dalle leggi del centro sinistra. 

E la denuncia che il ritorno puro e semplice al sistema proporzionale rischia di rinnovare aggravati tutti i già mastodontici difetti della Prima Repubblica, dall’irresponsabilità dei dirigenti politici rispetto ai propri elettori alla debolezza patologica dei governi. Ma a togliersi la maschera dell’ipocrisia e ad affrontare con concretezza il frutto del realismo politico la faccenda cambia radicalmente aspetto. Lo scambio non è immorale ma risponde ad una necessità politica superiore a quella di qualsiasi valutazione estetica o moralistica sulle regole inesistenti del baratto politico. In un sistema bipolare l’unità e la compattezza della coalizione hanno la priorità su tutto. Quindi è inutile protestare contro il federalismo sgangherato e il proporzionalismo nostalgico. Lo scambio non è evitabile, a meno di ipotizzare di voler puntare sullo sgretolamento del centro destra e la conclusione anticipata della legislatura. Di conseguenza, per chi non vuole trasformare il proprio diritto di critica in sfascismo, non rimane altro che tentare di tendere lo scambio inevitabile meno disastroso e più utile possibile. Come? Le risposte potrebbero essere infinite. 

Ma per quanto riguarda le forze laiche, che non debbono mai dimenticare di essere state le artefici principali della nascita dello stato nazionale e debbono sempre comportarsi di conseguenza, le risposte possono essere solo due. La prima è che il federalismo sia a costo zero e non si trasformi, come già è avvenuto per il decentramento, le autonomie locali e le regioni, in un raddoppio della struttura burocratica dello stato che si scarica sempre e comunque sulle spalle del cittadino. Non ha senso ridurre le tasse a livello nazionale per poi consentire alle autorità locali di aumentarle a proprio piacimento. Ma, soprattutto, è folle immaginare che sui conti disastrati dello stato finisca il sovraccarico dei costi di un federalismo burocratico e spendaccione con il rischio di finire come l’Argentina. La seconda è che il ritorno al proporzionale non sia un semplice ritorno al passato ma che preveda il premio di maggioranza, l’indicazione del premier e l’introduzione di uno sbarramento alto. Per non perdere i benefici del bipolarismo e costringere i dirigenti dei partiti dell’area laica e riformista a rinunciare ai loro egoismi.