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  Il rapimento e il paradosso
8 settembre 2004

Il rapimento delle due ragazze italiane impegnate nell’attività di una ong a Baghdad non è solo l’ennesimo e doloroso capitolo dell’interminabile libro sul terrorismo dei fondamentalisti islamici. E’ anche la cartina di tornasole della capacità della società italiana di ritrovarsi unita e compatta nella richiesta di liberazione senza condizione degli ostaggi e nella condanna senza “se e senza ma” dei gruppi criminali che operano sul territorio iracheno. La verifica non riguarda la forma retorica di questa unità. Nessuno dubita che nei prossimi giorni ci sarà la solita esibizione di facile e scontata retorica a colpi di manifestazioni di piazza, fiaccolate di vario genere, veglie di preghiera e di riflessione. Ovviamente ad uso e consumo mediatico dei promotori. La verifica riguarda invece la capacità reale e concreta del paese di ricompattarsi senza strumentalismi e speculazioni di sorta sulla condanna senza sconti per chi usa l’arma del terrore.

La sinistra che ha sottolineato la dimostrazione di unità offerta dalla Francia di Chirac in occasione del rapimento dei due giornalisti, è ora chiamata a fornire la stessa dimostrazione uscendo una volta per tutte dagli equivoci in cui si è troppo a lungo imbozzolata. Le storie delle due ragazze prese in ostaggio dovrebbero aiutarla a compiere ciò che non è riuscita a fare in occasione dell’assassinio di Enzo Baldoni. Non si tratta di soldatesse in armi inviate in Iraq da parte del governo italiano alleato con gli Usa. Neppure di dipendenti di qualche azienda interessata a fare affari con il governo iracheno. Tantomeno di agenti di qualche servizio segreto o mercenarie da considerare di serie B come il povero Fabrizio Quattrocchi. Si tratta di volontarie di una organizzazione non governativa dal significativo nome “Un ponte per Baghdad”, niente affatto filo-americane e guerrafondaie ma sicuramente pacifiste, magari simpatizzanti per la presunta “resistenza” e certamente animate dalla sincera volontà di aiutare la martoriata popolazione dell’Iraq. 

La loro cattura indica senza possibilità di equivoco che non esiste alcuna possibilità di trovare giustificazioni di sorta al terrorismo. Ma, soprattutto, che non si può in alcun modo dialogare con chi, proprio per liquidare la possibilità di un dialogo concepito come pericoloso cedimento, colpisce le persone più impegnate a favorire la pace, la comprensione ed il rispetto reciproco. La sinistra deve prenderne atto. E rispondere una volta per tutte alle provocazioni che proprio negli ultimi giorni sono venute da Walter Veltroni e da Giuliano Amato. Stare dalla parte delle due ragazze significa schierarsi contro i terroristi ed a fianco del governo italiano che lavora per la loro liberazione. Significa, soprattutto, rompere in maniera definitiva con chi vuole continuare a sostenere e giustificare la “resistenza” irachena. Chi contesta preventivamente il governo, accusandolo di non seguire l’esempio di Chirac, non favorisce la liberazione delle sequestrate. Si schiera dalla parte dei terroristi. L’unità della società italiana, dunque, passa per la spaccatura della sinistra responsabile da quella offuscata dal proprio antiamericanismo viscerale. Il che è un paradosso. Ma sacrosanto e non più evitabile.