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  La mezza unità nazionale
10 settembre 2004

Per “fare come la Francia” non basta un incontro a Palazzo Chigi tra la delegazione del governo e quella dell’opposizione. Bisogna avere un collante comune fatto dello stesso sciovinismo che unisce Chirac e la sinistra francese. O, più semplicemente, può essere sufficiente la consapevolezza che di fronte all’aggressione del terrorismo internazionale è necessario subordinare ad ogni altro interesse politico particolare quello dell’interesse nazionale. Se mancano lo sciovinismo o la scelta di porre l’interesse del paese al di sopra di ogni altro, la tanto decantata unità nazionale diventa un semplice esercizio di inutile retorica. Intendiamoci, il governo fa benissimo a perseguire il fantasma dell’“unione sacra” nel tentativo di non aggiungere al danno dell’aggressione dell’internazionale del terrore fondamentalista anche la beffa di una masochistica polemica interna. Proprio perché, per scelta politica e dovere istituzionale, la maggioranza pone l’interesse nazionale al centro della propria azione, gli appelli all’unità del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e le iniziative concrete del sottosegretario alla presidenza Gianni Letta non possono non continuare. 

Ma guai a credere alla propria stessa retorica, a farsi ammaliare dall’irrealismo politico ed a scambiare un incontro, una fiaccolata o un profluvio di dichiarazioni buoniste di solidarietà formale in una reale compattezza politica dell’intera società italiana. Le differenze esistono. Come hanno tenuto a sottolineare gli stessi esponenti dell’opposizione insistendo nella critica della missione militare italiana in Irak e lanciando la bizzarra proposta di una iniziativa del governo sugli Stati Uniti per un immediato cessate il fuoco. E se si vuole realmente e concretamente promuovere il massimo dell’unità e della solidarietà nazionale bisogna lavorare proprio su tali differenze. Che non sono incolmabili tra la maggioranza ed una parte importante e consistente dell’opposizione. E che, invece, sono molto marcate tra le diverse componenti dello schieramento dell’opposizione. 

La tempestività con cui Francesco Rutelli si è detto pronto a sostenere l'azione del governo per favorire la liberazione degli ostaggi non ha nulla a che spartire con l'ambigua condanna del terrorismo effettuata dalla sinistra antagonista. E neppure con la posizione incerta e sofferta di un vertice Ds troppo preoccupato del “correntone” e del massimalismo della propria base per compiere una scelta netta in favore dell’interesse nazionale. Nessuno, ovviamente, ipotizza di utilizzare strumentalmente l'emergenza del terrorismo di matrice islamica per una operazione di lacerazione del centro sinistra. Ma sarebbe sciocco negare che sulla guerra al terrore sono destinate a crearsi delle solidarietà naturali tra forze politiche di orientamento diverso che, in prospettiva, potrebbero produrre significative modificazioni alla forma attuale del bipolarismo. Più aumenta l’offensiva dell’internazionale terroristica di matrice islamica, più le differenze tra le forze moderate degli opposti schieramenti si riducono e più aumenta la loro distanza dai gruppi estremisti ancora legati alla mistica della presunta “resistenza” irachena.