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Aspettando i laici 13 ottobre 2004 In un sistema bipolare caratterizzato dalla presenza di due coalizioni contrapposte che grosso modo si equivalgono, ci sono solo due strade per vincere le elezioni. La prima è quella che porta alle urne l’intero bacino elettorale del proprio schieramento impedendo qualsiasi dispersione verso l’astensione o le liste di pura protesta. La seconda è quella che tende a conquistare una parte del bacino elettorale avversario puntando sulla mobilità del voto d’opinione che si colloca al centro dello scenario politico. Il vertice del centro sinistra indica che Romano Prodi ed i leader dei partiti dell’opposizione hanno deciso di puntare sulla prima strada. Non è escluso che nella fase finale della lunga campagna elettorale che inizia adesso per concludersi solo nella primavera del 2006, lo schieramento ulivista possa tentare anche di recuperare una parte dell’elettorato centrista. Ma è sicuro che, almeno per questa prima fase e per tutta la campagna delle regionali, lavorerà esclusivamente per trascinare al voto tutto il proprio elettorato. Come realizzerà questo progetto? Semplice: con la radicalizzazione dello scontro politico. A novembre mobiliterà partiti e sindacati per la prima mobilitazione di massa della nuova serie con il pretesto della finanziaria. Contemporaneamente rilancerà con la massima forza la richiesta del ritiro immediato del contingente militare dall’Iraq. E, per cementare il blocco sociale che chiede più tasse sul ceto medio per finanziare quel particolare stato sociale all’italiana che garantisce aiuti ai capitalisti senza capitale, sicurezza di lavoro alle categorie privilegiate del settore pubblico e garanzie sulle pensioni agli iscritti alle grandi confederazioni sindacali, non esiterà a parlare esplicitamente della patrimoniale. Magari presentandola come una tantum panacea di tutti i mali dell’economia nazionale. Quella di Prodi e dei dirigenti del centro sinistra non è una scelta emotiva o disperata. Al contrario. E’ l’unica possibile sulla base delle esperienze elettorali del passato e della tradizione dominante nell’elettorato della sinistra italiana. La vittoria del ‘96 venne conseguita proprio puntando sulla compattezza del proprio bacino elettorale decisivo con il sistema maggioritario. Viceversa la sconfitta del 2001 dipese in gran parte per la dispersione e l’astensione dell’elettorato collocato all’estrema sinistra. Quanto alla tradizione dominante nella sinistra non c’è bisogno di ripercorre la storia degli ultimi cento anni per sapere che il suo tratto distintivo non è il riformismo ma il massimalismo e l’estremismo più esasperato. La radicalizzazione dello scontro decisa dal centro sinistra ha un solo inconveniente. Favorisce il ricompattamento dell’elettorato del centro destra. Più Prodi giocherà sul massimalismo, più Silvio Berlusconi avrà facile gioco a rilanciare il tema dell’anticomunismo. Ma l’attuale maggioranza non ha nulla da rallegrarsi. Ripetere lo schema del ‘96 garantisce solo di riperdere. Per cui se il centro destra vuole tornare a sconfiggere la sinistra ricompattata all’insegna del massimalismo è obbligato a puntare su una diversa strategia. Cioè sul tentativo di fare breccia sull’elettorato moderato e riformista avversario. Chi può realizzare, però, una operazione del genere? Non An, ancorata dalla proprie componenti interne alla difesa delle corporazioni burocratiche, non Forza Italia, condannata a fare da collettore della delusione dell’elettorato moderato, non l’Udc, bloccata dal suo Dna post-democristiano e, naturalmente, non la Lega zavorrata dal suo localismo esasperato. Per vincere le prossime elezioni il centro destra avrebbe bisogno delle forze laiche, radicali, socialiste, quelle capaci di rivolgersi al mondo riformista per convincerlo a non farsi trascinare nel gorgo del conservatorismo massimalista. Ma sono in grado tali forze di svolgere il ruolo di ago della bilancia della politica italiana per i prossimi dieci anni? Per conoscere la risposta non c’è da spettare Godot. Solo i prossimi mesi. |