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  Meglio la riforma Castelli che niente
22 ottobre 2004

Meglio una mezza riforma che nessuna riforma. Per cui meglio una riforma della scuola imperfetta ma possibile a quella che potrebbe essere perfetta ma irrealizzabile, meglio una riforma del lavoro pragmatica come quella del povero Marco Biagi a quella ideologica dei teologi della mistica del lavoro che è ancora tutta da definire. Di conseguenza, meglio la riforma della giustizia predisposta dal ministro Castelli e faticosamente concordata dai partiti della maggioranza di governo che la riforma assoluta sognata da chi avrebbe voluto cogliere l’occasione per rimettere in riga una volta per tutte i magistrati con smanie golpiste. Di questa riforma della giustizia dalla travagliata fase preparatoria si può dire tutto il male possibile. Ovviamente nell’ottica di chi avrebbe voluto dare un colpo di ramazza secco e definitivo del fenomeno delle deviazioni e degenerazioni antidemocratiche dei settori politicizzati della magistratura.

Ma in mezzo a tante critiche non si può non sottolineare come il suo valore maggiore sia quello di dimostrare nel concreto e con i fatti che il tabù del “sistema giustizia” italiano non è intangibile. A rafforzare questa convinzione c’è la posizione scelta dall’Associazione nazionale magistrati. Proclamare e confermare lo sciopero sostenendo che i magistrati non sono contrari alla riforma ma ne vogliono una migliore di quella proposta dal governo, significa di fatto confermare di non volere nessuna riforma. Nella prassi e nella tradizione sindacale gli scioperi vengono usati per trattare con la controparte in condizioni di maggiore forza. Ma quando a scioperare è una corporazione che rappresenta un potere dello stato, la protesta non è e non può essere mai uno strumento per trattare nelle condizioni migliori ma è solo un atto di rottura del tavolo stesso delle trattative. 

L’Anm, in sostanza, rinuncia al proprio ruolo e non tratta. Non perché considera sbagliata la riforma del centro destra ma perché non accetta alcun tipo di riforma. Si chiude a riccio in difesa dei privilegi conquistati dalla categoria ed in nome di questi privilegi non esita a mettere in discussione non solo la prassi e la tradizione sindacale ma anche gli equilibri istituzionali dello stato di diritto. Qualcuno ipotizza che la scelta dell’associazione dei magistrati è il frutto dell’ostilità politica verso l’attuale maggioranza di governo. E che il giorno in cui al centro destra succedesse il centro sinistra la trattativa si riaprirebbe ed una riforma della giustizia potrebbe essere concordata. Ma l’esperienza del passato dimostra che questa ipotesi è sbagliata. L’Anm ha sempre posto veti a qualsiasi discorso riformatore, anche quelli dei governi dell’Ulivo. E tutto in nome di un interesse corporativo addirittura più forte delle simpatie politiche e delle posizioni ideologiche. Di qui la necessità di sostenere la riforma Castelli. Che è imperfetta ma che è possibile. E dimostra per la prima volta dopo più di un decennio che anche gli intoccabili possono e debbono essere toccati.