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La svolta liberale 24 novembre 2004 Non c’è alcuna possibilità di elezioni anticipate. E neppure di una sorta di riedizione riveduta e corretta del Dini del ’95. L’unica strada d’uscita dallo stallo politico di questi giorni è una intesa sul taglio delle tasse garantito da una adeguata copertura finanziaria. Non è detto che la soluzione tecnica sia a portata di mano. E’ probabile che per arrivarci saranno necessari ancora alcuni giorni di trattative. Ma lo sbocco politico è solo questo. Ed a meno di atti di forsennatezza da parte dei partiti della maggioranza è prevedibile che entro la fine della settimana lo psicodramma del momento trovi la sua logica conclusione. A spingere in questa direzione c’è la consapevolezza collettiva che la forzatura di Silvio Berlusconi è l’unica mossa in grado di tentare di fermare ed invertire la ventata di sfiducia che pervade l’elettorato di centro destra. Tutti erano d’accordo sulla necessità di un colpo d’ala, di una virata brusca, di un colpo d’ingegno. E tutti erano convinti che l’unico in grado e titolato a farlo era il Cavaliere. Era lui che aveva firmato il patto con gli italiani. Era sempre lui che aveva detto “o taglio le tasse o vado a casa”. Ed, infine, era solo lui che era stato incaricato dalla maggioranza degli italiani di realizzare il grande cambiamento del paese. Perché stupirsi, allora, dell’affondo di Berlusconi? Se c’è una perplessita da sollevare, semmai, è sul ritardo dell’uscita del Cavaliere. Se invece di farsi trascinare in tre anni di continuismo gattopardesco avesse mostrato la grinta liberale di oggi fin dall’inizio della legislatura, è probabile che la delusione non ci sarebbe stata e che adesso, invece di tentare di recuperare il terreno perduto, il centro destra starebbe a discutere su come governare dal 2006 al 2011. Ma recriminare serve a poco. Tranne che per ribadire che l’unica speranza per Berlusconi, per il centro destra e per lo stesso paese dipende da un maggiore tasso di liberalismo della coalizione. |