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  Un tormentone chiamato Antitrust
4 gennaio 2005

E’ diventato un autentico tormentone quello che la sinistra ed il “Corriere della Sera” stanno portando avanti contro le nomine all’Antitrust di Antonio Pilati e Giorgio Guazzaloca. Un giorno tocca agli esponenti dell’opposizione sparare a zero contro l’ex sindaco di Bologna ed il componente dell’autorità per le Telecomunicazioni contestando loro di non avere i titoli e le capacità per occuparsi del controllo della concorrenza. Il giorno successivo spetta al quotidiano di via Solferino dare fuoco alle polveri e denunciare la grave colpa commessa dai presidenti delle Camere Marcello Pera e Pierferdinando Casini nello scegliere per l’Antitrust personaggi del tutto incapaci di svolgere il lavoro a loro assegnato. Il terzo giorno si ricomincia da capo. E nuove fascine vengono gettate a piene mani sotto la graticola con cui si tenta di bruciare e delegittimare non solo i due nuovi componenti dell’autorità di Garanzia della concorrenza ma l’intera struttura dell’Antitrust. 

Il tormentone, ovviamente, è preventivo. Pilati e Guazzaloca non hanno ancora messo piede nel nuovo ufficio e non hanno ancora fornito alcuna dimostrazione delle loro presunte incapacità ed inadeguatezze. Ma questo particolare, che pure dovrebbe avere un qualche peso in una società civile, non riesce minimamente a frenare l’operazione di linciaggio a mezzo rogo portata avanti con tanta determinazione dalla sinistra e dal principale quotidiano nazionale. A mitigare le fiamme, inoltre, non contribuisce in alcun modo neppure la considerazione che in fondo i personaggi in questione non sono dei Forrest Gump qualsiasi. Guazzaloca ha amministrato per cinque anni una città come Bologna. E lo ha fatto in maniera talmente al di sopra delle parti da aver compromesso la propria rielezione proprio a causa di questa sua idiosincrasia per ogni tipo di marchiatura politica. Di Pilati, poi, non si mette affatto in discussione la competenza. Al contrario, si afferma apertamente che proprio perché troppo competente può risultare pericoloso.

Di che vengono allora accusati i due neo-componenti dell’Antitrust? Semplice: di non chiamarsi Mario Monti o Guido Rossi o Luigi Spaventa o come uno dei tanti personaggi provvisti non solo di titoli accademici ma anche di una doppia patente. Quella di “democraticità”, che viene tradizionalmente dalla sinistra. E quella dell’“autorevolezza” che viene attribuita dal Corriere della Sera a nome dei “poteri forti” e degli interessi particolari dei gruppi finanziari ed imprenditoriali che fanno parte della “proprietà” del giornalone milanese. Dietro il tormentone, quindi, non c’è la preoccupazione per la concorrenza e per il mercato. C’è l’irritazione della sinistra per non aver potuto usufruire del meccanismo della lottizzazione e per aver perso senza rimpiazzo le vecchie posizioni di potere nell’Antitrust. E c’è la preoccupazione dei padroni del Corriere di non poter contare su una sponda dichiaratamente favorevole in un punto dell’amministrazione dello stato evidentemente considerato determinante per la conservazione della propria posizione di privilegio e di potere nel mondo dell’editoria.

Nessuno, ovviamente, si scandalizza dell’esistenza di tali interessi. In una società aperta tutti gli interessi leciti debbono essere considerati legittimi. Ma che bisogno c’è di ammantare di eticità e di grandi principi una polemica così banale? E, soprattutto, perché insistere nel malvezzo dei tormentoni preventivi che puntano a criminalizzare le nomine colpevoli solo di non avere l’imprimatur della sinistra e dei “salotti buoni”?
Un minimo di compostezza non guasterebbe. Soprattutto alla luce del fatto che quella stessa sinistra e quello stesso Corriere che tanto protestano contro i presidenti delle Camere per quanto di sbagliato potrebbero fare Guazzaloca e Penati si guardano bene dal criticare il presidente della Repubblica per quanto di inutilmente errato e provocatorio va continuamente facendo il senatore a vita Mario Luzi. Si dirà che le nomine di Guazzaloca e Penati non hanno nulla a che spartire con quella di Luzi. Ma chi lo dice sbaglia. Sempre di nomine di tratta. E l’unico metro di giudizio che ad esse va applicato non è quello dei pregiudizi ma quello dei fatti. Tanto più che i primi due scadono, il terzo ce l’abbiamo sul groppone a vita!