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  La Corte e la legge del buon senso
14 gennaio 2005

Le reazioni alla decisione della Consulta sul referendum abrogativo della legge sulla fecondazione sembrano ispirate esclusivamente da precisi interessi politici. Intendiamoci, si tratta di interessi assolutamente legittimi. A partire da quelli dei radicali che, supportati dal parere di un largo stuolo di costituzionalisti, hanno tutto il diritto di lamentarsi per la bocciatura del loro quesito referendario. Fino a quello di chi, convinto che le difficoltà di comunicazione ed illustrazione dei quesiti referendari rimasti favorirà la sconfitta dei nemici della legge, si dicono ora favorevolissimi alla celebrazione della consultazione popolare e nettamente contrari ad una modifica parlamentare del provvedimento in discussione. Ma se i comprensibili interessi politici di parte vengono per un momento sostituito dal semplice buon senso, la valutazione sulla situazione venutasi a creare dopo la decisione della Corte Costituzionale cambia completamente.
Applicando il buon senso, infatti, si arriva a due conclusioni di massima. 

La prima è che non saranno molti gli italiani che saranno in grado di districarsi agevolmente attraverso i tecnicismi scientifici dei quattro quesiti rimasti. Un conto è essere chiamati a decidere l’abrogazione della legge in toto, un altro è essere costretti a scegliere quale “pezzo” della legge va cancellato o mantenuto. La minoranza dei diretti interessi al provvedimento o di quelli che hanno una informazione specifica sulla materia non ha difficoltà a destreggiarsi tra fecondazione eterologa, il limite dei tre embrioni e quelli riguardanti la ricerca sperimentale sugli embrioni stessi. Ma la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica, anche vedrà aumentata la propria conoscenza della materia dalla campagna referendaria, non sarà in grado di districarsi agevolmente. 

Il suo giudizio sarà sempre generico, approssimativo, non adeguato alla importanza ed alla difficoltà dei quesiti. Con l’automatica conseguenza che qualunque sarà il risultato del referendum la legge che ne verrà fuori sarà necessariamente una legge sfregiata ed inadeguata. Non soddisferà chi l’avrebbe cancellata in blocco ma neppure chi si sarebbe limitato a modificarla in parte. La sciabola referendaria non è attrezzata per operazioni di cesello. La seconda conclusione, conseguente alla prima, è che il Parlamento, a meno di volersi deresponsabilizzare rispetto ad una materia divenuta di grande importanza sociale, dovrà comunque intervenire dopo il referendum. Per riacconciare e rimettere in senso una legge che verrà comunque tagliata con l’accetta dalla consultazione popolare. Perché, allora, fare dopo ciò che si potrebbe fare prima?