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  Fiat e Terni: il crollo dei simboli e l’Internazionale
4 febbraio 2005

Congresso Ds, congresso del Pri, consiglio nazionale di Forza Italia, consiglio nazionale del Pli. Ed in mezzo a questa concomitanza di avvenimenti politici legati ai partiti una pletora di dichiarazioni di personaggi del mondo accademico, economico ed industriale. Dal professore Francesco Giavazzi che paventa il rischio Disneyland per l’Italia al presidente di Confindustria e di Fiat Luca Cordero di Montezemolo, che rivendica il buon diritto dell’azienda automobilistica italiana nel contenzioso con la Gm statunitense.
Da tanti avvenimenti e da tanta scienza e competenza ci si aspetterebbe una qualche indicazione concreta per il futuro del paese. In fondo stiamo assistendo proprio in questi giorni a vicende che segnano la fine di una vocazione nazionale. Quella dell’industria di trasformazione che ha consentito l’incredibile balzo in avanti dello sviluppo del paese dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi. 

Chiudono le acciaierie di Terni, che erano state il simbolo della prima industrializzazione e della capacità del nuovo stato unitario di mettersi al passo con gli altri paesi europei dotandosi di una propria industria pesante. Scoppia apertamente ed ufficialmente la crisi della Fiat, il simbolo della seconda industrializzazione, avvenuta nel dopoguerra, e del miracolo economico e della stessa modernizzazione complessiva della società italiana. Nei tempi brevi il crollo di questi due simboli solleva il problema della sistemazione delle loro centinaia di migliaia di dipendenti. Ma, anche se il travaglio di circa un milione di italiani e delle loro famiglie (a tanto arriva la Fiat ed il suo indotto) comporta questioni di ordine sociale di enorme importanza, tale problema assume un valore marginale rispetto al nodo centrale che rimane irrisolto. Cancellata la vocazione alla trasformazione dalla globalizzazione, dalla concorrenza dei paesi emergenti del terzo mondo e dai vincoli rigidi della Ue, quale potrà essere la nuova missione del paese? 

Quale dovrà diventare il modello a cui fare riferimento per dare un futuro ad una società che rischia di ripiombare indietro nella storia? Dalla sarabanda di riunioni politiche e di interventi di autorevoli personaggi ci si sarebbe aspettato una risposta, una indicazione, una ipotesi, una idea. Invece nulla di tutto questo. I politici sono ossessionati dai listini delle regionali, gli impreditori dalle questioni contingenti, gli accademici dalle loro fobie. Nessuno si preoccupa di guardare altre la punta delle proprie scarpe. Anzi, molti sono capoaci di volgere lo sguardo solo al passato. Anche quello più remoto. Un esempio per tutti? Ieri il congresso dei Ds è tornato ad aprirsi sulle note dell’Internazionale, inno bellissimo ma dell’Ottocento. Cioè dell’età in cui rischiamo di ripiombare in mancanza di proposte e di idee.