torna alla
home page

ARCHIVIO

2005
gennaio

2004
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

2003
dicembre
novembre
ottobre
settembre
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo

febbraio
gennaio

2002
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile

marzo
febbraio 
gennaio

2001
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

2000
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

1999
dicembre
novembre
ottobre
settembre
agosto
luglio
giugno
maggio
aprile
marzo
febbraio
gennaio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  Balle d’annata dalla fabbrica della sinistra
5 febbraio 2005

Se Silvio Berlusconi suona la tromba del “meno tasse ”, Massimo D’Alema propone al centro sinistra di suonare la campana dei “migliori salari”. Nessuno capisce bene come il leader dei Ds pensa di poter finanziare un aumento generalizzato delle retribuzioni se non ricorrendo a quella patrimoniale di cui parlano con insistenza i dirigenti di Rifondazione. Ma la faccenda è irrilevante di fronte ad un dato politico di fondo. Il Presidente dei democratici di Sinistra apre la campagna elettorale lanciando uno slogan demagogico che oltre ad essere fasullo è anche la dimostrazione palpabile dell’incapacità della sinistra di uscire dagli schemi e dalle formule del passato. Apparentemente, infatti, la promessa dell’aumento dei salari sembra fatta apposta per bilanciare la riduzione delle tasse effettuata dal centro destra. Nella realtà, però, le due misure non si bilanciano affatto. Ridurre le tasse è la ricetta moderna a cui sono ricorsi tutti i governi dei paesi occidentali, sia di destra che di sinistra, per fronteggiare la crisi economica internazionale e per tentare di rilanciare i consumi e favorire gli investimenti e la produttività. 

Parlare di aumento dei salari nell’era della globalizzazione, della delocalizzazione e della concorrenza incontrastabile dei prodotti a basso costo dei paesi emergenti del terzo mondo, invece, è una sorta di riedizione della formula degli anni ’70 del “salario variabile indipendente”. Non ha funzionato allora contribuendo ad alimentare illusioni e disastri. Figuriamoci adesso, dopo che per trent’anni i fatti hanno dimostrato la dipendenza assoluta della variabile del salario dall’andamento del mercato. E che l’esperienza maturata spinge tutti i paesi più avanzati a sperimentare la strada alternativa della liberazione del salario dai pesi insopportabili dei costi per lo stato assistenziale. La sortita demagogica di D’Alema, quindi, è la spia del ritardo culturale della sinistra. Il Presidente dei Ds, infatti, non è il solo a guardare al passato e non al presente o al futuro. 

Il buon Piero Fassino guarda la società italiana con le stesse lenti distorte che usava all’inizio degli anni ’70 da giovanissimo segretario della federazione del Pci di Torino. Ed il povero Romano Prodi mette in piedi una fabbrica solo per produrre la ricetta trita e ritrita di uno stato sociale che occupa ossessivamente la società e si finanza con una crescente pressione fiscale. Certo, i rimasticatori dei fallimenti del passato sono ottimi comunicatori. E possono imbellettare al meglio, come già avvenne nel ’96, la loro polpetta avvelenata per gli elettori italiani. Ma questa volta c’è il modo per smascherarli. Ed è fin troppo concreto. Quando i nodi delle crisi aziendali fino ad ora nascosti dai media compiacenti verranno al pettine non ci sarà più spazio per la demagogia del secolo scorso. L’opposizione sarà chiamata a dare risposte concrete ai problemi immediati. Nell’ultima puntata di “Punto e a capo” ho chiesto a Gavino Angius di spiegare come i Ds pensano di sciogliere il nodo della Fiat e delle centinaia di migliaia di lavoratori che rischiano la disoccupazione. Non ho ottenuto risposta. A conferma che dalla fabbrica di Bologna c’è da aspettarsi solo balle d’annata.