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  Caso Sgrena e appelli pericolosi
8 febbraio 2005

La liberazione di Giuliana Sgrena autorizza e giustifica qualsiasi iniziativa. Dal pagamento di un eventuale riscatto a qualunque trattativa riservata e sotterranea con i rapitori o con chi sia in grado di trovare uno sbocco positivo alla drammatica vicenda. Su questo punto bisogna essere molto chiari. In ogni vicenda del genere la priorità principale ed assoluta è quella della salvaguardia della vita della vittima. Ed il fatto che su questa priorità nella vicenda Sgrena si siano trovare d’accordo le forze di tutte le aree politiche, senza eccezione alcuna, costituisce un evento di grande e doppia importanza. L’unità senza defezioni e tentennamenti garantisce a chi conduce le trattative, cioè al governo, la massima efficacia possibile. Al tempo stesso la constatazione che la classe politica italiana si ritrova compatta sul primato della salvaguardia della vita ad ogni posizione ideologica, è un segno inequivocabile dell’esistenza di valori condivisi nella società italiana e del superamento delle vecchie barriere.

Con la stessa franchezza con cui si sottolineano questi aspetti positivi della vicenda Sgrena va però aggiunto che suscita forti interrogativi l’iniziativa della redazione del “Manifesto” di far trasmettere dalle emittenti televisive un filmato in cui si illustrano le posizioni politiche ed ideologiche della giornalista rapita. Gli interrogativi riguardano l’efficacia e le conseguenze della scelta del “Manifesto”, condivisa peraltro anche dal ministro degli Esteri Gianfranco Fini, di spiegare agli iracheni che la Sgrena va liberata in quanto antiamericana e favorevole alla lotta contro gli “occupanti” occidentali. Se i rapitori sono dei delinquenti comuni, il messaggio non ha alcuna possibilità di produrre risultati positivi. L’obbiettivo dei delinquenti è di spillare denaro al governo italiano. E sapere che la Sgrena è dalla parte dei nemici dell’Occidente non può in alcun modo convincere chi punta solo al malloppo.

Se, viceversa, i rapitori fanno parte di una delle bande di ex seguaci di Saddam o di fondamentalisti islamici, il messaggio può avere un doppio effetto. Da un lato può effettivamente spingere i criminali politici a convincersi di aver commesso un errore ed a liberare la collega del giornale comunista. Ma dall’altro può anche invogliarli a pensare che se ci sono dei giornalisti occidentali “buoni”, ci sono anche dei giornalisti occidentali “cattivi”. E che se i primi vanno liberati, i secondi possono essere tranquillamente e legittimamente catturati in quanto nemici dichiarati a tutti gli effetti sulla base della distinzione fatta dagli stessi occidentali. Attenzione, allora, a lanciare appelli che possano alimentare interpretazioni distorte. Il valore della vita deve valere per tutti. Non solo per i sostenitori dei nemici dell’Occidente!