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Il caso Sgrena e le nuove quinte colonne 2 marzo 2005 Giuliana Sgrena non è stata rapita dai soldati americani. E neppure da quelli italiani. Eppure in Italia chi scende in piazza per invocare la liberazione della giornalista del Manifesto se la prende con le truppe Usa, chiede la fine delle operazioni militari alleate contro i terroristi e pretende il ritiro immediato dall’Irak del contingente militare italiano. Neppure l’ultima e più orrenda strage di disoccupati iracheni di religione sciita è riuscita a capovolgere questa singolare bizzarria. La maggior parte di quanti hanno deciso di partecipare alla staffetta del digiuno per la liberazione della Sgrena di fronte a Palazzo Chigi, ha motivato la propria decisione tirando in ballo la necessità di opporsi a chi pretende di esportare la democrazia con le armi. Nessuno, ovviamente, contesta le diverse forme con cui viene espressa solidarietà alla collega tenuta prigioniera. Neppure quelle che ingenuamente puntano a convincere i criminali terroristi di rilasciare l’ostaggio prendendo atto di aver compiuto un errore con il sequestro di una loro simpatizzante. Ma la solidarietà umana è un conto, le sciocchezze e gli errori un altro. Ed è ora che sul caso Sgrena, ribadita e fatta salva la solidarietà di qualsiasi tipo nei confronti della collega, si incominci a denunciare le tante corbellerie che sono state dette in questo periodo. E si vada avanti nel sottolineare con la massima franchezza che in questo modo non si favorisce la liberazione della giornalista ma si fa il gioco dei terroristi e si alimenta il loro disperato tentativo di innescare la guerra civile in Irak. Questo obbligo di verità è imposto dagli avvenimenti. In particolare dalla rivolta della popolazione libanese non solo contro la ventennale occupazione siriana ma soprattutto per l’avvento di una decisa ventata di democrazia e di libertà per l’intera regione mediorientale. Chi ama sul serio la pace e chi vuole effettivamente sollecitare la liberazione di Giuliana Sgrena non può continuare a sbagliare. Adesso può verificare senza dubbi di sorta chi sono i veri resistenti. Se i tagliatori di teste che disprezzano la democrazia e negano la libertà agli infedeli o i pacifici manifestanti di Beirut che senza bombe ma con i fiori e la non violenza chiedono la fine dell’occupazione siriana e l’avvento di una vera pace nel loro paese ed in tutto il Medio Oriente.
La storia, questa volta, si ripete. E’ come per la rivolta d’Ungheria del ’56 o la primavera di Praga del ’68.
L’alternativa, come allora, è secca. O con la libertà e la democrazia o per l’oppressione. E chi si schiera dalla parte degli oppressori deve mettere in conto che in questo modo non favorisce la liberazione di Giuliana. La rende sempre più difficile e lontana perché alimenta nei terroristi la sensazione di poter sempre contare sulla “quinta colonna” infiltrata tra i nemici occidentali. |