![]() |
|
Un caso di finanziamento ai terroristi 8 marzo 2005 C’è chi parla di un milione di dollari e chi, addirittura, di otto milioni di dollari. Le cifre ballano. Ma l’incertezza riguarda solo l’ammontare della somma versata ai rapitori per la liberazione di Giuliana Sgrena. Di sicuro c’è che per ottenere il rilascio della giornalista del Manifesto lo stato italiano ha sborsato una ingente somma di denaro. Non si sa quanto. Ed è probabile che non si saprà mai. Ma se si vuole fare tesoro di questa amara vicenda, che è costata la vita di un eroico funzionario di stato come Nicola Calipari, bisogna partire proprio dalla certezza del pagamento del riscatto. Per drammatico paradosso, infatti, la questione del pagamento del riscatto è addirittura più importante dell’accertamento delle circostanze che hanno portato alla tragica sparatoria in cui ha perso la vita l’agente del Sismi. La morte di Calipari è destinata comunque a trovare la sua spiegazione, Sia quella ufficiale degli americani, sia quella ufficiosa degli italiani, sia addirittura quella assurdamente ed irresponsabilmente fantasiosa di Pier Solari. Incidente o complotto, una risposta all’interrogativo delle cause della tragedia si troverà in ogni caso. Ma perché in Irak lo stato tratta con i rapitori di cittadini italiani e li paga profumatamente quando in Italia lo stesso stato impone il rispetto della legge che sequestra addirittura i beni dei rapiti per impedire il pagamento del riscatto? La questione non riguarda un aspetto giuridico marginale ma la stessa natura della presenza italiana in Irak. I soldati ed i servizi italiani si trovano ad operare in un teatro di guerra senza poter accettare la realtà ed essendo costretti a comportarsi come se un nemico non esistesse e si dovesse semplicemente aiutare una popolazione a risollevarsi da un qualsiasi cataclisma naturale. In questa atmosfera fittizia e surreale le regole d’ingaggio dei nostri soldati escludono misure da impegno bellico. La strage di Nassiriya nasce proprio dalla precisa volontà di dimostrare che gli italiani, a differenza degli americani e degli inglesi, non erano truppe di occupazione. E potevano permettersi il lusso di acquartierarsi e non di trincerarsi. Chi avrebbe mai colpito gli uomini di pace del tricolore? Sempre in questa atmosfera artefatta in cui gli italiani per definizione sono privi di nemici, inoltre, non solo le trattative con qualsiasi rapitore sono assolutamente legittime ma è anche consentito ciò che in Italia non è permesso, cioè i pagamenti dei riscatti. Visto che l’Italia non è in guerra con nessuno chi rapisce cittadini italiani non è né un nemico, né un criminale. E come tale può essere contattato e convinto con il denaro a liberare l’ostaggio di turno. Di tanto in tanto questa coltre d’ipocrisia imposta da un fronte interno condizionato dal falso pacifismo e dall’ancora più falso sentimento religioso, salta. Muore Quattrocchi, muore Baldoni, muore un soldato. Ma in linea di massima regge. E così, mentre i soldati americani sparano a chiunque si muova in maniera sospetta, gli italiani rincorrono i rapitori di giornaliste di sinistra (essere donne ed essere di sinistra garantisce il massimo effetto mediatico in Occidente) e diventano i loro oggettivi finanziatori pagando dei riscatti milionari (in dollari o in euro). Sappiamo che questa linea di condotta è imposta al nostro governo da un clima politico e culturale interno troppo condizionato da cinquant’anni di falsa coscienza catto-comunista. E possiamo anche concordare che quando ci sono delle vite in ballo ogni trattativa possa essere consentita. Ma il caso Sgrena sembra fatto apposta per far saltare tutti questi equivoci e stabilire una volta per tutte che i civili che andranno in Irak lo faranno a loro rischio e pericolo e che lo stato non pagherà più alcun riscatto ai propri nemici.
Lo vogliamo capire o no che i milioni di dollari dati ai terroristi servono a finanziare altri rapimenti, altre stragi, altre Nassiriye? E che se si deve trattare con i tagliagole di Bagdad tanto valeva trattare con le Brigate Rosse e salvare la vita di Aldo Moro? |