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Ed ora chiarezza sui riscatti 9 marzo 2005 Della relazione di Gianfranco Fini alla Camera sul caso Sgrena e sulla tragica morte di Nicola Calipari convince tutto. Dall’esclusione di ogni ipotesi complottistica alla richiesta di un chiarimento convincente e definitivo al governo americano. Eppure, in questo intervento equilibrato e fermo c’è un punto di debolezza che non può non essere sottolineato. Si tratta della voluta reticenza con cui il vice presidente del Consiglio e ministro degli Esteri ha affrontato il tema del pagamento del riscatto. I giornali sono pieni di cifre più o meno fantasiose sulla somma che i terroristi avrebbero incassato dal rapimemento della Sgrena. E la faccenda ha innescato una serie di furibonde polemiche (all’intero del giornale pubblichiamo una lettera di un gruppo di cittadini che chiede al Manifesto di rifondere allo stato la somma pagata per la liberazione della giornalista). Eppure Fini non ha voluto spendere una sola parola sull’argomento. Si è limitato a rilevare che tutti i canali della diplomazia sono stati attivati per garantire la buona riuscita della operazione. Ma non ha minimamente affrontato il tema del pagamento del riscatto. La ragione del silenzio del governo sull’argomento è facilmente comprensibile. E’ dagli anni ’70, ed in particolare dalla strage di Fiumicino ad opera dell’Olp, che l’Italia è stata costretta a convivere con il terrorismo mediorientale usando lo strumento della trattativa. E’ difficile stabilire se sia stato giusto o sbagliato. Il metodo ha sicuramente preservato il nostro territorio nazionale da orrori analoghi a quelli di Fiumicino ma lo ha anche trasformato in una retrovia logistica dei terroristi con inquietanti connessioni tra l’estremismo internazionale e quello interno. Più recentemente, poi, in Iraq ha sicuramente prodotto risultati positivi con le liberazioni di tutti gli ostaggi tranne Quattrocchi e Baldoni. In ogni caso questo è il metodo che da trent’anni i governi del paese seguono. Ed è logico che l’attuale governo non ci voglia rinunciare per tenersi comunque aperta una opzione già sperimentata in caso di nuovi rapimenti di nostri connazionali. Preso atto che il governo non potrebbe fare altrimenti, va però detto che è anche arrivato il momento di pronunciare qualche parola chiara e non reticente sulla questione del pagamento dei riscatti. La prima è che per quanto riguarda l’Irak il governo deve fissare un limite oltre il quale deve scattare non più la responsabilità collettiva del paese ma solo quella individuale. Chi vuole mettere a repentaglio la propria vita per spirito d’avventura, scelta ideologica, interesse personale è liberissimo di farlo. Ma deve assumersene la responsabilità e non deve più pretendere l’aiuto della comunità nazionale in caso di pericolo o tragedia. La seconda è che il sistema del finanziamento surrettizio dei gruppi terroristici non può più essere la regola ma deve incominciare a rappresentare l’eccezione. Altrimenti, ogni volta che avremo ottenuto la liberazione della Sgrena di turno dovremo mettere in conto di aver dato ai terroristi i mezzi per realizzare altre e più sanguinose Nassiriya. |