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  La metamorfosi della vecchia mortadella
31 marzo 2005

Bisogna dare atto al vice presidente del Consiglio, Marco Follini, di saper interpretare al meglio e senza errori o cedimenti di sorta il suo ruolo di “pompiere” della politica italiana. Più il clima elettorale si arroventa, più il leader dell’Udc accentua i suoi toni misurati, insiste sulle raccomandazioni alla calma, indulge negli appelli alla pace ed alla pacificazione. Ma pur riconoscendo a Follini di aver adottato il comportamento più sereno e commendevole di questa campagna elettorale, va anche detto che i suoi sforzi servono a caratterizzare l’Udc come forza politica tranquilla ma non hanno alcun effetto sull’atmosfera politica nazionale. A ragione non è che i leader degli altri partiti siano dei forsennati attaccabrighe. É, più semplicemente ma anche più tragicamente, che una precisa parte politica ha puntato sulla rissa come unico strumento di possibile vittoria. E’ inutile dire come questa parte sia la sinistra. Ed è pleonastico sottolineare come l’artefice ed interprete più testardo della scelta della rissa continua sia Romano Prodi.

Non si tratta di una mutazione genetica rispetto alla sinistra del ’96, quella che puntava a conquistare il consenso attraverso il faccione badiale e rassicurante del “professore”. E non si tratta neppure di un improvviso cambiamento di carattere del vecchio “mortadella” divenuto improvvisamente un salamellone piccante. Il problema è matematico. Senza la faccia feroce, i toni esaltati, gli insulti più feroci, le aggressioni verbali sistematiche una parte della sinistra, quella che è stata allevata all’odio inconciliabile nei confronti degli avversari, non si convince ad andare a votare. I duri ed i puri della guerra al centro destra ed a Berlusconi si mobilitano solo se sentono l’odore della polvere da sparo. 

Senza di loro il centro sinistra rappresenta esattamente un terzo del paese, come hanno ampiamente dimostrato le elezioni europee in cui la lista unitaria Ds, Margherita e Sdi ha superato di un pelo il trenta per cento. Il ché significa che senza gli estremisti l’Unione non ha alcuna speranza di conquistare il governo delle regioni e del paese. Di qui una campagna elettorale sopra le righe, piena di esagerazioni ed esasperazioni, in cui la sinistra lavora per sé e, paradossalmente, per i propri avversari, quelli che se ne infischiano della politica e delle elezioni tranne nei casi in cui c’è da impedire che gli avversari più forsennati la facciano da padroni. Che rimarrà di tutta questa buriana? Poco o nulla. Tranne la consapevolezza che il problema di fondo del paese continua ad essere la sinistra della sinistra.