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  Romano Prodi, le sue illusioni e “l’amerikano” Ds
5 maggio 2005

Il caso Calipari finirà come quello del Cermis. Il tempo sbiadirà il ricordo dello sfortunato agente del Sismi così come ha allentato la memoria delle vittime della funivia recisa dalla coda di un caccia Usa. Il dolore collettivo diventerà il dolore personale dei familiari. E sul tappeto rimarranno solo le questioni legate alle scelte politiche del paese. In particolare quella dell’alleanza con gli Stati Uniti, una alleanza che non è saltata a causa della drammatica vicenda del Cermis durante il governo di centro sinistra guidato da Massimo D’Alema e che non salterà per la vicenda Calipari durante il governo di centro destra di Silvio Berlusconi. Questa considerazione sembra fare a pugni con la recente affermazione di Romano Prodi secondo cui la scelta italiana di inviare un contingente militare in Iraq sarebbe stata un tragico errore. Il “professore” lascia intendere di essere pronto ad imitare Zapatero il giorno in cui la sua Unione dovesse vincere le prossime elezioni politiche. E ribadisce che se mai dovesse tornare a Palazzo Chigi la sua prima preoccupazione sarà quella di sostituire il rapporto privilegiato in politica estera tra Italia e Stati Uniti in un asse di ferro tra Italia ed i paesi-guida dell’Europa, Germania e Francia.

Ma siamo certi che Prodi sarebbe mai in grado di attuare ciò che va predicando in questi giorni con tanta veemenza? La risposta più significativa non viene solo dalle ragioni storiche, culturali e geopolitiche che rendono il rapporto privilegiato tra Italia e Stati Uniti assolutamente inscindibile. Viene soprattutto dalla considerazione che all’interno del centro sinistra esiste una larga ed importante componente politica che non sembra avere alcuna intenzione di rompere i rapporti con gli Usa per rilegarsi passivamente al carro franco-tedesco. Questa parte non è rappresentata da Francesco Rutelli, che pure non perde occasione per prendere le distanze da Prodi e dal suo zapaterismo strumentale. E’ rappresentata da Massimo D’Alema, l’unico presidente del Consiglio della storia dell’Italia repubblicana che ha deciso di far partecipare il paese ad una vera e propria guerra a fianco degli Stati Uniti, quella contro la Serbia di Milosevic. E se una parte del genere incomincia a muoversi per accreditare il suo principale esponente come l’interlocutore privilegiato degli americani non è detto, come sostengono i prodiani, che D’Alema punti a diventare il ministro degli Esteri del futuro governo Prodi. Vuol dire anche che il “professore” si illude se pensa di riportare l’Italia ad essere il carro di coda del convoglio europeo.