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Emergenza
e riforma della giustizia
12
luglio 2005
Non
sono le leggi speciali la risposta alla minaccia del terrorismo
internazionale che grava sul nostro paese. Di leggi che prevedono la
lotta alla criminalità di natura politica ce ne sono fin troppe. E non
sarà una norma sul prolungamento di qualche ora del fermo di polizia
che ci potrà porre al riparo dal rischio di subire attentati come
quelli di Madrid e Londra.
Certo, tutto è migliorabile. Ed il pacchetto di misure indicato dal
ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu costituisce sicuramente un passo
in avanti lungo la strada del potenziamento della prevenzione e della
repressione della minaccia in corso. Sulla stessa linea si pone anche la
proposta dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga di una
Superprocura antiterrorismo che coordini l’attività, spesso slegata e
scoordinata, dei diversi magistrati che nei vari angoli della penisola
si occupano della lotta alla criminalità di matrice politica. Ma è
inutile prenderci in giro! Tutte queste misure aiutano ma non risolvono.
A voler contribuire sensibilmente ad assicurare una migliore protezione
della società italiana bisognerebbe seguire una strada completamente
diversa. Quella inconsapevolmente indicata dal recente episodio che ha
visto coinvolta a Milano il magistrato Clementina Forleo intervenuta
durante l’arresto di un clandestino per ammonire le forze
dell’ordine a non perseguirlo per “resistenza a pubblico
ufficiale”.
La strada è quella della riforma della giustizia. Non quella che, a
causa di incredibili resistenze corporative ed ideologiche, dovrebbe
essere varata nelle prossime settimane nella sua versione più limitata
ed asettica. Ma quella più generale di cui si avverte l’assoluta
necessità da oltre dieci anni e che non vede mai la luce perché
dovrebbe modificare lo squilibrato rapporto esistente tra i poteri
legislativo ed esecutivo e quello giudiziario.
Per combattere il terrorismo internazionale, in altri termini,
bisognerebbe risolvere il problema rappresentato dagli innumerevoli
magistrati esistenti nelle procure della Repubblica italiane. Che si
sentono in sintonia con il giudice Forleo. Quelli che distinguono tra
terrorismo e guerriglia, che incriminano i poliziotti e mandano in
libertà i facinorosi del G8 di Genova, che non si limitano ad applicare
la legge ma preferiscono interpretarla secondo le proprie convinzioni
ideologiche e che sono pronti ad adoperare tutti gli strumenti offerti
dal codice per piegare alle proprie convinzioni le diverse misure
anti-criminalità politica prese dal potere legislativo ed esecutivo. Il
problema è sicuramente politico ed ancora di più culturale. Ma come
cambiare la mentalità a quella fascia di magistrati che la qualifica di
terroristi la vorrebbero dare non ai bombaroli fondamentalisti ma agli
stati occidentali? La risposta è semplice: imitare il modello che va
per la maggiore in tutti i paesi democratici e liberali e riportare la
magistratura sotto il controllo del potere politico. Questo significa
intaccare l’indipendenza e l’autonomia fissate dalla Costituzione?
Niente affatto. Significa attribuire a governo e Parlamento un potere
d’indirizzo che costituisce la ricetta indispensabile per qualsiasi
seria lotta al terrorismo. Ma i magistrati scioperano. Ed in nome dei
loro privilegi indeboliscono noi e loro stessi!
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