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La bufera
Unipol e le elezioni 31 dicembre 2005 Molti sostengono che il centro sinistra è stato decisamente sfortunato nell’incappare nella bufera-Unipol all’inizio della campagna elettorale per le politiche della prossima primavera. Chi la pensa in questo modo considera che la vicenda in cui sono coinvolti i massimi dirigenti dei Ds ed il loro tradizionale “polmone finanziario” delle cooperative rosse difficilmente si potrà esaurire nel giro di qualche settimana. Anche dopo la rapida uscita di scena di Giovanni Consorte, è facile prevedere che le polemiche sui rapporti tra esponenti diessini, finanza fiancheggiatrice e “ furbetti del quartierino” andranno avanti per lungo tempo. Con conseguenze talmente pesanti sulla tenuta complessiva dello schieramento d’opposizione (non va dimenticato che ad attizzare le polemiche non sono tanto i partiti del centro destra quanto gli “alleati” della Quercia del centro sinistra), da mettere addirittura a rischio l’esito della prossima competizione elettorale. All’interno dell’Unione, in sostanza, sono sempre più numerosi quelli che si angosciano di fronte alla possibilità sempre più concreta di perdere le elezioni per la scalata di Unipol a Bnl. E si mordono le mani all’idea che se i Ds non avessero avuto la pretesa di rafforzare la propria egemonia sulla sinistra prendendo possesso anche della Banca Nazionale del Lavoro oltre che del Monte dei Paschi di Siena, nessun ostacolo si frapporrebbe alla marcia trionfale di Romano Prodi verso Palazzo Chigi. Il ragionamento è sicuramente fondato. La bufera-Unipol assume sempre di più l’aspetto di un furibondo e sanguinoso regolamento di conti tra Ds e Margherita ed i “poteri forti” di cui i due partiti sono i terminali o i capofila. E la rissa, la cui natura non sfugge affatto all’opinione pubblica del Paese, può sicuramente compromettere un risultato elettorale dato fin troppo ottimisticamente per acquisito. Ma, a riconsolazione parziale degli angosciati, va anche considerato che un regolamento di conti di simile portata non avrebbe potuto essere evitato od occultato a lungo. A confliggere non ci sono solo le ambizioni personali, i caratteri e le particolari strategie dei leader dei partiti. Per semplificare: Prodi contro D’Alema o Rutelli contro Fassino. Ci sono i complessi organismi economici e finanziari che sono alle spalle dei singoli personaggi politici. In particolare, figurano quegli istituti bancari che hanno nelle loro mani tutte le principali industrie nazionali, controllano l’intera economia italiana e, come il caso Fazio insegna, sono impegnate in una lotta senza quartiere per il predominio sul Paese nel prossimo decennio. Che sarebbe successo, allora, se la guerra fratricida fosse scoppiata all’indomani di elezioni risultate vincenti per l’Unione? Con Prodi alla guida del governo prono agli interessi delle lobby bancarie domestiche ed internazionali sue sostenitrici e con D’Alema e Fassino decisi a dare soddisfazione agli interessi delle proprie banche di riferimento? L’esercizio del potere governativo non avrebbe evitato il conflitto. Al contrario, lo avrebbe esaltato ed accentuato. Per la semplice ragione che la vicenda in atto non è uno scontro occasionale di potere ma l’ultimo atto di una storia di progressiva degenerazione del nostro sistema democratico che parte con la fine della supremazia della politica per mano della rivoluzione mediatico-giudiziaria degli anni ‘90 e minaccia di concludersi con il trionfo dei “poteri finanziari forti” ed il definitivo asservimento ai loro interessi di qualsiasi soggetto politico. Anche di quella sinistra che aveva erroneamente pensato di averla scampata cavalcando il moralismo più ipocrita e deleterio nel corso degli ultimi dieci anni. Chi teme di perdere le elezioni per il caso Unipol, quindi, ha di che riconsolarsi. Una sconfitta oggi può evitare la disfatta ed il tracollo domani. |