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D’Alema, Fassino
e il compagno che ha sbagliato 10 gennaio 2006 Giovanni Consorte? Chi era costui? La linea scelta da Massimo D’Alema e da Piero Fassino per uscire dal pantano della vicenda Unipol è fin troppo evidente. A Roma, nelle vecchie borgate, si direbbe che i dirigenti diessini si sono affidati a “ Santa Nega”, che com’è noto è la santa dei fedifraghi impenitenti. In Sicilia, invece, qualche picciotto svelto di mano non avrebbe dubbi nel ritenere che il presidente ed il segretario dei Ds si siano rifatti al classico “ io non c’ero, e se c’ero, dormivo” caro agli antichi boss della mafia di campagna. Gli intellettuali, infine, sempre che avessero il coraggio civile di parlare sull’argomento, saprebbero identificare immediatamente il comportamento dei massimi leader della Quercia inserendolo a pieno titolo nell’album di famiglia. Dai “compagni che sbagliano” siamo passati al “ tizio che ha sbagliato” (D’Alema ha rivelato a Bruno Vespa di non sapere se Consorte sia o meno iscritto ai Ds). E con questo si chiude il gioco dello scaricabarile e gli eredi di Enrico Berlinguer tornano ad essere più diversi che mai, lindi e trasparenti più e meglio di prima, pronti ad assumere quel ruolo di asse portante del futuro governo del Paese a cui sono chiamati dalla storia e dal destino del paese. Insomma, D’Alema e Fassino hanno deciso di chiudere il caso Unipol trasformando Giovanni Consorte nell’unico e solo capro espiatorio dell’intera vicenda. E’ vero che il vertice del partito ha commesso qualche errore dovuto all’eccesso di tifo. Ma è Consorte, il quale non si sa neppure se sia un “compagno” o meno, che ha sbagliato ad allearsi con Fiorani e a Gnutti, nel tentare la scalata alla Bnl, nello sfidare il “salotto buono” e le banche confindustriali e prodiane. L’obiettivo è chiaro come il sole. I Ds fanno quadrato sacrificando al moralismo spicciolo della propria base e di quella dell’ultrasinistra l’ex esponente di punta della “ finanza rossa”. E lo fanno nella arrogante certezza di poter contare sulla obbligatoria solidarietà del resto del centro sinistra. Chi si permetterà di non accontentarsi della testa di Consorte con il rischio di vedere svanire l’Unione e comparire il “ tridente” evocato nei giorni scorsi da D’Alema? La mossa dei diarchi diessini è, probabilmente, obbligata. Qualunque altra scelta avrebbe comportato l’uscita di scena dell’attuale gruppo dirigente dei Ds ed il conseguente sfarinamento del partito. Ed è probabile che questa mossa obbligata ottenga l’effetto dovuto, cioè la salvezza del partito attraverso il sacrificio di Consorte. A questo punto, però, due domande diventano obbligatorie. La prima è generica. Quanto può essere immorale sacrificare una persona per salvare i Ds? La seconda è specifica. Consorte potrà tenere per sé i cinquanta milioni di euro ricevuti da Gnutti per le sue consulenze di compagno che ha sbagliato oppure dovrà versarli nelle casse del partito? |