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La caccia
al cinghiale D’Alema 11 gennaio 2006 Romano Prodi sa benissimo che da qui alle elezioni del 9 aprile non potrà nascere alcun Partito Democratico. Non ci sono i tempi e mancano completamente le condizioni. Eppure insiste. E, anzi, incalza senza posa i dirigenti Ds affinché escano dal bunker con le mani alzate ed accettino la resa senza condizioni al progetto del partito che non c’è e che comunque non sarà prima dell’appuntamento elettorale della prima decade di aprile. La ragione dell’insistenza del leader dell’Unione fa parte della complessa strategia partita in estate con l’intervista sulla questione morale di Arturo Parisi, sviluppatasi nei mesi scorsi con le pesantissime campagne di stampa dei giornali dei “poteri forti” contro l’attuale gruppo dirigente diessino e culminata con lo scoppio della vicenda Unipol. L’obiettivo è sempre e solo lo stesso: liquidare Massimo D’Alema. Per rimuovere l’ostacolo principale che si oppone alla effettiva e completa egemonia prodiana sull’attuale opposizione. E, soprattutto, per rinforzare quell’asse Prodi-Bertinotti che nei disegni dell’ex presidente della Commissione Ue dovrebbe dare una solidità a prova di bomba al futuro governo di centro sinistra del Paese. In questa luce si capisce fin troppo bene il senso dei comportamenti di Prodi degli ultimi giorni. Il suo sostanziale rifiuto di prendere le difese dei Ds nella vicenda Unipol e la decisione di risollevare il tormentone del Partito Democratico alla vigilia di una delicata riunione della direzione diessina in cui Piero Fassino e Massimo D’Alema dovranno fronteggiare le contestazioni della sinistra interna decisa a sfruttare a proprio vantaggio il caso Consorte. Il disegno di Prodi è di mettere con le spalle al muro l’attuale gruppo dirigente diessino costringendolo a piegarsi al diktat della propria sinistra o a rompere con la sinistra stessa. In un caso o nell’altro a ritrovarsi umiliata ed azzoppata. A tutto vantaggio della Margherita da un lato e di Rifondazione Comunista dall’altro. Con la prospettiva di subire una pesante punizione in termini di consenso alle prossime elezioni e perdere il ruolo di asse portante dell’alleanza a tre (Margherita, Ds e Rifondazione) che costituisce il nocciolo duro del centro sinistra. E’ probabile che il “professore” raggiunga il proprio obiettivo. Che D’Alema venga prima umiliato e poi, dopo le elezioni, azzoppato unitamente a Fassino ed all’attuale maggioranza diessina. E’ possibile, anche, che l’operazione salti per qualche accidenti imprevisto ed imprevedibile. Ma, al di là del risultato, ciò che conta realmente è che Prodi l’abbia sul serio avviata innescando così una spirale di ostilità e di vendetta all’interno del centro sinistra dalle conseguenze sicuramente devastanti. Una volta si diceva che “i comunisti non perdonano”. Da adesso in poi è possibile verificare se i post-comunisti porgono l’altra guancia o conservano l’antico Dna dei vendicatori inesorabili. |