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La vera
zavorra di Berlusconi 2 febbraio 2006 In estate i punti di distacco tra il centro sinistra rampante ed il centro destra in stato di depressione erano più di dieci. Adesso, a stare ai sondaggi degli istituti demoscopici più accreditati ed anche più vicini alla sinistra, questi punti si sono ridotti a quattro. Nell’arco di sei mesi la Casa delle Libertà ha recuperato più di sei punti. Sulla base di questo dato considerato inequivocabile, molti tentano di fare previsioni sull’esito delle prossime elezioni. Il centro destra immagina, marciando di questo passo, di arrivare al sorpasso al momento del voto. Il centro sinistra calcola che il recupero non sarà mai completo e che riuscirà comunque a raggiungere la vittoria. Nessuno, all’interno dei due schieramenti, mette in discussione il fatto che l’artefice unico della rimonta sia stato Silvio Berlusconi. Anzi, quasi a sottolineare di considerare il Cavaliere l’unico e solo nemico da battere, lo schieramento prodiano insiste nella polemica sull’anticipo della par condicio. Con il chiaro intento di limitare lo strabordare mediatico del leader di Forza Italia considerato la causa principale del recupero. E, come ad ammettere che anche ai loro occhi la ripresa del centro destra dipende dalle presenze televisive di Berlusconi, anche gli alleati del Cavaliere puntano sulla par condicio nel timore di venire cannibalizzati dal risveglio del “grande comunicatore”. Questa lunga premessa non serve a riaprire il discorso sulla possibilità o meno di Berlusconi di operare il sorpasso puntando, come sempre, solo e soltanto su se stesso e sulla propria capacità comunicativa. Serve, al contrario, per sollevare un problema diverso, su cui il premier dovrebbe riflettere attentamente in questa fase finale della campagna elettorale. E, soprattutto, all’atto della definizione delle candidature nelle liste di Forza Italia e degli altri partiti del centro destra. Il problema è compreso in un semplice interrogativo. Quanti punti in più sarebbero stati recuperati dal centro destra se il Cavaliere, oltre a contare su se stesso, avesse potuto usufruire di un partito radicato sul territorio e tenuto insieme da una classe dirigente omogenea e di qualità? La domanda è retorica e la risposta è scontata. Se invece di puntare su se stesso e sul lavoro di Gianni Letta, Berlusconi avesse avuto alle spalle una forza politica solida, formata da quadri capaci ed in grado non solo di riportare alla base le istanze del leader ma anche di rappresentare al leader gli interessi.....le sensibilità e le volontà della base, il recupero non sarebbe stato di sei, ma di tutti i dieci punti del distacco estivo. Il “motore azzurro”, in altri termini ed a dispetto delle energie e delle capacità di chi vi è impegnato, non aiuta lo sprint del Cavaliere. Al contrario, si rileva la sua vera palla al piede. Le responsabilità di questo singolare accidente che rischia di vanificare la rimonta e risultare determinante per l’eventuale vittoria del centro sinistra, ricadono direttamente sulle spalle dello stesso Berlusconi. Se il partito manca nel momento decisivo è perché il premier non ha mai voluto realmente che Forza Italia diventasse un partito vero, in grado di esprimere le istanze della base e di formare una valida classe dirigente. Le ragioni della decisione di Berlusconi sono molteplici. E non serve oggi esaminarle nel dettaglio. Più utile è indicare che il Cavaliere ha ancora una possibilità di rimediare e tagliare la zavorra che lo frena e minaccia di condannarlo ad una sconfitta ingiusta. Con la scelta dei futuri parlamentari può realizzare in extremis ciò che il partito non è riuscito a fare negli ultimi cinque anni: cioè una classe dirigente all’altezza dei problemi del Paese. Meno cortigiani e ballerine, più gente credibile e leale. |