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  Le anticaglie e petrelle della Cgil
3 marzo 2006

Non è solo un reperto archeologico il patto di legislatura proposto al centro sinistra dal segretario della Cgil Guglielmo Epifani in caso di vittoria di Romano Prodi alle elezioni del 9 aprile. E’ il segno inequivocabile che il principale sindacato italiano, quello che per decenni è stato la cinghia di trasmissione della sinistra politica, non è più capace di leggere la realtà della società nazionale. L’idea di stipulare un accordo di ferro con un governo “amico”, per garantire la pace sociale in cambio dello scaricamento dei costi della crisi economica sulle sole spalle dei ceti non sindacalizzati, risale al consociativismo degli anni ’70. Allora non funzionò affatto. Perché non solo non produsse pace sociale ma alimentò il fenomeno del terrorismo diffuso degli “anni di piombo”. Venne giustamente abbandonata negli anni’80. E provocò l’avvio del declino del sindacato nel nostro Paese. 

Oggi Epifani la riesuma nella convinzione che la vittoria elettorale del centro sinistra potrebbe rimettere indietro di quasi quarant’anni le lancette della storia italiana. Ma non si rende conto che se fallì clamorosamente quando il sindacato e la classe politica di sinistra erano all’apice della loro potenza, adesso produrrebbe non solo lo stesso fallimento ma anche un vero e proprio disastro. Del sindacato e del Paese. Negli anni ’70 il patto sociale tra sindacato e governo amico saltò per aria perché i due soggetti stipulanti avevano assunto impegni ed accordi anche in nome e per conto di quella parte della società nazionale che non si riconosceva né nell’uno, né nell’altra. 
L’operazione, in altri termini, fallì miseramente perché sindacati e sinistra pretendevano di applicare schematismi risalenti agli anni ’30 ad una società che da chiusa era diventata aperta ed aveva sostituito le classi con una molteplicità di corpi sociali differenziati e portatori di interessi particolari.

Dagli anni ’70 ad oggi il processo di apertura della società non solo è andato avanti ma ha assunto un ritmo addirittura travolgente. I corpi sociali intermedi si sono moltiplicati all’infinito, anche sotto la spinta di fenomeni nuovi quali la globalizzazione. Chi impegnerebbe, allora, l’eventuale patto sociale stipulato da Epifani e Prodi? I partiti della sinistra che non hanno più un qualsiasi radicamento sociale e si sono trasformati in semplici comitati elettorali? I sindacati che sono ormai organismi di rappresentanza di ristrettissime quote di lavoratori privilegiati e larghe masse di pensionati usciti da qualsiasi ciclo produttivo? Le risposte sono scontate. Ed è significativo che i dirigenti della Cgil non riescano a comprenderle. Schiavi di un passato ormai remoto ed irriproducibile sono condannati a non capire. E a diventare dei residuati bellici. Buoni solo per essere rottamati!