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  Senza il partito l’alternativa sono i Caraibi
31 maggio 2006

Il centro sinistra canta vittoria. Sollecitato e stimolato dalla grande stampa compiacente. L’obiettivo non è quello di affermare che Silvio Berlusconi ha fallito la spallata contro il governo di Romano Prodi ma di isolare il Cavaliere all’interno del centro destra. E creare le condizioni per una spaccatura dell’opposizione che preluda e provochi l’uscita di scena dell’ex presidente del Consiglio. Non si tratta di una novità. Questa è la strategia politica che il centro sinistra porterà avanti nei confronti del centro destra per tutta la durata della legislatura. I dirigenti dell’Unione hanno ben chiaro che il pericolo principale per l’attuale esecutivo è rappresentato dal Cavaliere, che è l’unico leader del centro destra ancora in grado di mobilitare il popolo dei moderati (come ha dimostrato alle recenti elezioni politiche). Per cui da adesso in poi non perderanno alcuna occasione per indebolire l’avversario indicandolo come il “nemico cattivo” da eliminare in contrapposizione con i “nemici buoni” (Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini) da conservare.

Ma proprio perché la strategia è scoperta il leader di Forza Italia non può rimanere con le mani in mano prendendosela con gli alleati che non l’aiutano, con i moderati che non votano o con i brogli elettorali che lo hanno privato della vittoria alle politiche. Deve reagire. Non con le battute, ma in termini politici. E per farlo deve partire proprio dall’analisi del voto amministrativo di domenica scorsa. Un voto che non è solo la conferma più clamorosa della scarsa disponibilità dell’elettorato di centro destra alla mobilitazione permanente. E’ soprattutto, la dimostrazione che in un sistema elettorale ritornato ad essere profondamente proporzionale non è più possibile pensare di operare politicamente con uno strumento partito concepito come semplice comitato elettorale. O meglio, come somma dei diversi comitati elettorali che si creano a tutti i livelli (dai municipi ai comuni, dalle province alle regioni) alla vigilia delle scadenze elettorali.

Lo strumento del comitato elettorale può forse ancora funzionare in occasione delle politiche nazionali. Anche se nel voto di aprile non ha funzionato affatto visto che l’unico “comitato” che si è mosso è stato quello formato dal solo Berlusconi. Ma fallisce clamorosamente in occasione delle elezioni amministrative. Da questo punto di vista i risultati di Milano e della Sicilia sono addirittura miracolosi vista la drastica astensione dal voto degli elettori di centro destra. Viceversa il risultato di Roma diventa la regola e la dimostrazione più lampante che i comitati elettorali locali non producono risultati di sorta. Il problema non riguarda tutte le forze del centro destra ma solo Forza Italia. An e Udc mantengono sempre e comunque i loro voti. 

E’ il partito di Berlusconi che si comporta come un organetto di Barberia che si gonfia con il voto d’opinione quando a suonarlo è il Cavaliere nelle elezioni politiche, ma si sgonfia e si appiattisce quando ad usarlo è una classe dirigente locale fatta da gente che normalmente non conosce i fondamentali della politica e persegue solo l’interesse personale. Se dunque Berlusconi non vuole essere espulso dalla politica per la pressione congiunta dei nemici e degli stessi alleati, deve prendere atto della necessità di trasformare l’organetto ed i comitati elettorali in un partito. Nuovo, moderno ma sempre partito. Se non lo fa non potrà poi lamentarsi se, di sconfitta in sconfitta, Forza Italia rimarrà solo una sigla. Ed il suo futuro sarà solo quello del ricco nababbo riparato in qualche isola esotica dei Caraibi o dei mari del Sud!