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Libertà
e liberalizzazioni autoritarie 4 luglio 2006 Ma un liberale può essere contrario alle liberalizzazioni? La Cdl si macera su questo interrogativo di fronte al decreto con cui il governo di Romano Prodi conta di incominciare a colpire e smantellare le tante corporazioni del Paese. Ma si tratta di un interrogativo fasullo. Per la semplice ragione che un liberale non può non essere favorevole alle liberalizzazioni. A condizione che le misure tese a liberalizzare il mercato e a rimuovere le incrostazioni corporative siano effettivamente liberali. Ma come si misura il grado o tasso di liberalismo di un provvedimento? E’ sufficiente che il governo lo definisca tale e che i media fiancheggiatori lo accolgano come il primo e sacrosanto passo nella battaglia contro il corporativismo? Oppure è necessario e indispensabile che per essere considerato liberale un provvedimento di liberalizzazione sia realizzato nel rispetto dello spirito e della forma delle libertà costituzionali? Se il criterio è il primo, hanno ragione Marco Follini e Bruno Tabacci, cioè gli statalisti post-democristiani della Cdl che si sono improvvisamente convertiti al liberalismo di Prodi e agli interessi del “partito del Corriere della Sera”. E i titubanti del centro destra farebbero bene ad allinearsi di corsa alla linea dettata dalla fabbrica del consenso di via Solferino. Ma se il criterio è il secondo, non si può non rilevare come le liberalizzazioni realizzate per decreto dal governo di centro sinistra non abbiano proprio nulla di liberale. Per la semplice ragione che sono delle liberalizzazioni autoritarie ispirate a una logica esclusivamente punitiva di categorie considerate ostili e nemiche del blocco sociale della maggioranza. Diciamola tutta e con grande franchezza. A Prodi non importa un fico secco di liberalizzare. Vuole punire in maniera esemplare alcune categorie: i tassisti, i notai, i farmacisti. E, dopo aver per tanto tempo parlato di concertazione con i rappresentanti dei gruppi sociali, vara un decreto che non solo non recepisce alcuna osservazione degli interessati, ma li condanna a una protesta tanto rumorosa quanto inutile. La logica che ispira il provvedimento, dunque, non è quella sacrosanta della eliminazione dei lacci e lacciuoli che imbrigliano il mercato. E’ quella, niente affatto liberale ma marxista, del “colpiscine uno per educarne cento”. Oggi è la volta dei tassisti, dei farmacisti, dei notai. Ma già la grande stampa compiacente e asservita preannuncia che tra non molto toccherà ai professionisti, alle partite Iva, ai piccoli e medi imprenditori, ai proprietari di immobili e a tutte quelle altre categorie del ceto medio che hanno la riprovevole colpa di non aver votato per il centro sinistra. Chi si macera nella Cdl, dunque, sbaglia. Con le liberalizzazioni autoritarie e punitive non si imita Reagan ma Lenin. O, più modestamente, Castro. |