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Solo i ricchi possono
di Arturo Diaconale


1. INTRODUZIONE

Solo i ricchi possono permettersi di fare opposizione. Per i poveri il diritto di critica al governo ed a chi è schierato dalla sua parte è precluso. O meglio, costa talmente caro da risultare insopportabile. Anche i ricchi, poi, non possono eccedere troppo nel lusso dell'opposizione. Beni e denari hanno sempre un limite. E nei rari casi in cui questo limite manca, chi li possiede non ama mai vederli ridotti a causa di una sorta di tassa sulla libertà applicata surrettiziamente da un regime che è "buonista" di nome ma autoritario di fatto.

La tassa sulla libertà non è stata inventata (una volta tanto) dal ministro delle Finanze Rapaci Vincenzo Visco. Anche lui, in quanto esponente di spicco del regime, ne usufruisce. Ma non ne è il responsabile. I padri di questa tassa, come si conviene per certi bastardelli, sono numerosi. Sono i politici arroganti ed intolleranti della nuova sinistra al potere. Sono i magistrati altrettanto arroganti ed intolleranti della cosiddetta "rivoluzione giudiziaria". Sono i caudatari, i sodali ed i clientes degli uni e degli altri che, dopo aver conquistato posti e poltrone al seguito dei loro padroni, difendono la "roba" con le unghie, con i denti, con le querele per diffamazione e con le richieste di risarcimento danni. 

La tassa, infatti, si applica nei Tribunali della Repubblica trasformati per l'occasione in uffici delle imposte ai danni degli oppositori e dei dissidenti. Ed è il frutto di una doppia consuetudine diventata rapidamente una tacita norma. Quella dei nuovi potenti di rifiutare la normale dialettica democratica con i loro oppositori e di spostare il confronto sul solo terreno giudiziario. E quella della magistratura, in primo luogo quella inquirente e poi anche quella giudicante, di amministrare la giustizia applicando la regola (anche questa non scritta) che il potente ha sempre ragione e l'oppositore sempre torto. Il risultato sono pene pecuniarie sempre più salate. Fatte apposta per intimidire, ammonire, piegare, umiliare, azzittire ed in qualche caso cancellare, l'oppositore ed il dissidente. 

Il caso "Giornale-Di Pietro" è stato il più eclatante degli ultimi tempi e può essere preso ad esempio sintomatico del fenomeno. L'ex Pm di Mani Pulite ha sparato raffiche di querele e richieste di risarcimento danni contro il quotidiano diretto da Vittorio Feltri nella certezza assoluta, assicurata dall'esperienza, che qualsiasi Tribunale della Repubblica non avrebbe mai osato negargli la soddisfazione richiesta (il caso Salamone docet) ed avrebbero inevitabilmente condannato Feltri e l'editore de "Il Giornale" Paolo Berlusconi. A loro volta i legali di Feltri e de "Il Giornale" hanno escluso la possibilità di andare in dibattimento per spiegare le ragioni dei loro difesi. E dando per scontato anche loro che i Tribunali avrebbero comunque premiato Di Pietro e bastonato Feltri, si sono sforzati in ogni modo per realizzare una transazione tra le parti diretta a ridurre il danno. 

Il risultato è noto. Di Pietro ha incassato 400 milioni. E, soprattutto, il vantaggio incalcolabile della resa politica del suo principale avversario alla vigilia del voto nel Mugello. "Il Giornale" ha sicuramente risparmiato qualche miliardo ma, oltre ai milioni per Di Pietro, ha subito il colpo micidiale alla propria credibilità che rischia di sprofondarlo in una gravissima crisi. Ma il colpo più pesante di tutti l'ha ricevuto la giustizia italiana. Che da questa vicenda contrassegnata dalla comune certezza di Di Pietro e dei legali del "Il Giornale" che l'ex Pm di Mani Pulite sarebbe stato comunque trattato con i guanti gialli dai propri ex colleghi, ne è uscita con il marchio del pregiudizio e della più assoluta inaffidabilità. 

Ma il caso Feltri, pur essendo illuminante per lo stato disastroso della giustizia italiana, è anomalo. Per la semplice ragione che l'editore de "Il Giornale", Paolo Berlusconi, può permettersi di pagare 400 milioni ad Antonio Di Pietro per salvare la propria azienda da guai peggiori. Ma che succede quando in vicende analoghe si vengono a trovare giornalisti ed aziende editoriali che non hanno alle spalle la solidità economica del fratello di Silvio Berlusconi? La risposta è semplice. Incassate le prime condanne e pagate le multe nell'ordine di decine e decine di milioni erogate dalla magistratura di regime, scatta il riflesso pavloviano ed incontrollabile della prudenza. La voglia di dare battaglia ai potenti può essere anche tanta, ma finisce inevitabilmente con lo spegnersi di fronte ai baratri che si verificano nei bilanci delle pubblicazioni. Ne deriva che le polemiche si raffreddano, le contestazioni si ammorbidiscono, le inchieste si rinviano, le accuse si smussano. Non per paura, ma per obbligo di realismo visto che il prezzo dell'opposizione diventa la morte della pubblicazione. E, quindi, la possibilità stessa di testimoniare l'esistenza del dissenso nei confronti del potere. 

L'intimidazione, la minaccia, l'ammonimento, la prevaricazione raggiungono così il loro scopo. Gli irriducibili continuano a rivendicare il loro diritto all'opposizione. Ma solo con gli argomenti della polemica politica astratta. Non più con le critiche e le denuncie dei fatti concreti. Con il risultato di perdere progressivamente d'efficacia e di capacità di convincimento agli occhi dell'opinione pubblica. Il regime è così salvo. Ma la democrazia è definitivamente compromessa.

>>> segue: 2. "AGLI AMICI TUTTO, AI NEMICI LA LEGGE"