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2. "AGLI AMICI TUTTO, AI NEMICI LA LEGGE"
Contro i propri avversari politici il regime fascista istituì il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. Lo fece per rendere più rapidi e severi i procedimenti giudiziari nei confronti degli oppositori e per dare un segno forte ed ammonitore della sua natura "totalitaria". Ma lo fece anche, per bizzarro paradosso, perché non si fidava affatto di quella natura che tanto ostentava. Il regime che si dichiarava "totalitario" in realtà lo era ben poco. All'apparenza aveva militarizzato l'intera società italiana. Nei fatti aveva messo l'orbace solo ad alcuni settori specifici del paese. L'operazione era riuscita perfettamente con la media e bassa burocrazia statale, con il mondo del lavoro, sia nella parte imprenditoriale che in quella operaia, con i giovani e con gli intellettuali, più di tutti disposti a diventare "organici". Ma era fallita con l'alta burocrazia ministeriale legata alla massoneria e con l'Esercito e la Marina tradizionalmente fedeli alla Monarchia. E non era stata neppure tentata con la magistratura. Anzi, nei confronti di questa categoria il regime fascista mantenne sempre un atteggiamento ispirato a due considerazioni di fondo.
Per un verso ad una sorta di naturale rispetto per il valore simbolico di una istituzione che nel primo cinquantennio dello stato unitario aveva rappresentato il principio d'autorità su cui si fondava la nazione. E questo rispetto spingeva Mussolini ed i gerarchi a riconoscere che la magistratura avrebbe potuto continuare a rappresentare il simbolo dello stato al di sopra delle parti solo se avesse mantenuto la propria autonomia rispetto al fascismo. Per l'altro verso alla valutazione assolutamente realistica che un eventuale processo di fascistizzazione della magistratura si sarebbe scontato contro le resistenze non solo degli stessi magistrati ma anche delle altre strutture dello Stato, a partire dalla Monarchia.Non potendo e volendo irreggimentare i giudici, in sostanza, il fascismo decise di realizzare una propria e particolare magistratura (peraltro formata da magistrati ordinari e non reclutati appositamente) con il compito di difendere e tutelare il regime.
Nell'Italia dell'Ulivo, invece, la situazione è completamente diversa. Il regime della sinistra non ha alcun bisogno di creare un Tribunale speciale destinato ad assicurargli una difesa efficace contro i dissidenti e l'opposizione. Per la semplice ragione che la magistratura ordinaria, senza sollecitazione alcuna, svolge questa funzione in maniera molto più efficace e proficua di qualsiasi magistratura speciale.
La considerazione non si riferisce al fenomeno della lotta politica condotta attraverso gli strumenti giudiziari. Sulla "rivoluzione giudiziaria" realizzata dai settori più politicizzati o animati da fermenti di fondamentalismo giustizialista si è scritto e parlato all'infinito. I giudizi sul fenomeno sono diversi, spesso nettamente e pesantemente contrastanti. Ma tutti concordano su alcuni punti precisi. La rivoluzione giudiziaria ha provocato il disfacimento della Prima Repubblica e la eliminazione della sua classe dirigente ad esclusione del personale politico della sinistra e dei suoi alleati. E l'azione delle Procure politicizzate o giustizialiste ha causato la caduta del primo governo di centrodestra nato in Italia negli ultimi due decenni. Io stesso, a questo proposito, ho scritto un libro per sostenere la tesi provocatoria che nella prima metà degli anni '90 in Italia sia stato realizzato un colpo di stato operato con i mezzi previsti dalla legge: "Tecnica post-moderna del colpo di stato. Magistrati e giornalisti".
Dato per assodato il ruolo politico attivo che la magistratura ha svolto negli anni passati e continua a svolgere nel presente, c'è però un diverso ruolo, più tradizionale e "passivo", che va denunciato e corretto prima della definitiva trasformazione della democrazia italiana in un regime autoritario e poliziesco. Questo ruolo è lo stesso affidato dal fascismo al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato: la difesa contro i dissidenti e l'opposizione.
Anche il regime dell'Ulivo, in sostanza, combatte gli avversari con gli strumenti giudiziari.
Solo che invece di farlo con i tribunali speciali lo fa attraverso la magistratura ordinaria in parte ulivizzata ed in parte costretta a ulivizzarsi. Sia in nome della sopravvivenza che per evitare il pericolo di emarginazione o, addirittura, criminalizzazione.
Non si tratta di un fenomeno nuovo. Nei regimi totalitari assoluti, come quello nazista o quelli comunisti, tutti si sono sempre preoccupati di creare apposite strutture di polizia per combattere oppositori e dissidenti ma nessuno ha mai pensato di creare l'equivalente nella magistratura. Ai giudizi ed alle condanne ci pensavano i magistrati ordinari, completamente e rigorosamente allineati al regime o per convinzione o per paura. Lo stesso avviene adesso nel nostro paese, senza tribunali speciali ma con la maggioranza della magistratura appiattita per necessità o timore sulle posizioni della parte più ideologizzata e politicizzata della categoria, a sua volta sempre più trasformata nella seconda "gamba" (la prima sono i sindacati) del regime della sinistra.
I modi con cui viene realizzata questa inedita forma di "difesa dello stato" sono molteplici. C' è quello diretto ed esplicito condotto da alcune Procure ormai specializzate nell'accanimento giudiziario contro gli oppositori dell'attuale maggioranza di governo o contro alcuni personaggi simbolo della Prima Repubblica. C'è quello altrettanto aperto dell'applicazione del principio dell'obbligatorietà dell'azione penale solo ai danni di chi si colloca fuori del sistema. C'è il sistematico doppiopesismo nelle aule giudiziarie civili e penali a vantaggio di chi è collocato dalla parte del governo ed a svantaggio di chi è considerato all'opposizione. E c'è, in generale, la sistematica ed oppressiva applicazione di quell'agghiacciante detto che recita "agli amici tutto, ai nemici la legge".
Fare esempi dei diversi modi sopra citati è inutile perché ripetitivo. Da anni l'opinione pubblica italiana assiste sempre più sbigottita all'azione meticolosa ed inarrestabile del Pool di Milano diretta a cancellare Silvio Berlusconi ed i suoi più stretti amici e collaboratori dalla scena politica ed economica del paese. Dagli stessi anni la stessa opinione pubblica guarda con stupefatta perplessità alla azzardata riscrittura della storia d'Italia dell'ultimo cinquantennio che viene effettuata dalla Procura di Palermo e da altre Procure collegate sulla base del teorema caro agli extraparlamentari di sinistra degli anni '70. Quel bizzarro teorema secondo cui la Mafia sarebbe il prezzo pagato dalle forze politiche favorevoli al Patto Atlantico, Dc in testa, per contenere il fenomeno comunista durante gli anni della guerra fredda. E' almeno da un paio d'anni a questa parte che gli italiani schierati con i partiti del centro destra sono stati trasformati in cittadini di serie B da un sistema giudiziario dominato e terrorizzato dai Procuratori di sinistra.
Ed è sempre da quella stessa data che i militanti ed i simpatizzanti della Lega hanno messo in conto di poter finire sotto la mannaia giudiziaria del regime se Umberto Bossi dovesse insistere nella sua caratterizzazione antisistema o se dovesse riavvicinarsi al Polo in funzione anti-sinistra.
Gli esponenti della sinistra, da parte loro, sfruttano fino in fondo il vantaggio di poter contare sul sostegno della cosiddetta "gamba giudiziaria". I massimi livelli rappresentati da Massimo D'Alema sfruttano l'accanimento giudiziario di alcune Procure per giocare al bastone ed alla carota con Silvio Berlusconi e per avere a che fare con una opposizione eternamente azzoppata. Ai livelli più bassi i dirigenti dei partiti dell'Ulivo, quelli che hanno conquistato posizioni nelle istituzioni, poltrone di sottogoverno e incarichi negli enti pubblici, sfruttano il vantaggio di una magistratura fiancheggiatrice o prona in maniera addirittura più smaccata e proficua. D'Alema, per tenere a bada Berlusconi ed il Polo, deve blandirli e bastonarli, promettere larghe intese e speranze di amnistia e favorire le ricorrenti campagne di annientamento del Cavaliere da parte delle Procure. I sottoposti del segretario del Pds collocati nella fatidica "stanza dei bottoni" possono addirittura fare a meno di incrociare metaforicamente le lame con i loro avversari sul terreno della politica. Ricorrono direttamente ai più sbrigativi ed efficaci atti giudiziari nella certezza di avere la magistratura sempre dalla loro parte.
In questo Antonio Di Pietro, che nella campagna elettorale nel Mugello ha sistematicamente evitato il confronto politico con Giuliano Ferrara rinviando gli incontri con il proprio antagonista alle sole aule giudiziarie, è giunto buon ultimo. E' da tempo, ormai, che gli uomini di sinistra collocati in posizioni di potere applicano senza deroghe il principio che con gli avversari non si discute ma si procede solo a colpi di querele e citazioni per danni . Ed è dallo stesso tempo che questa tattica si ripete senza soste trovando puntualmente la prevista sponda nelle aule di Tribunale.
I primi a realizzarla sono stati i sindaci di sinistra di alcune grandi città. L'esempio più marchiano si è avuto a Roma con Francesco Rutelli, detto anche il "forsennato querelatore" del Campidoglio. Negli anni del suo mandato alla guida del comune della Capitale Rutelli ha brillato soprattutto per il numero esorbitante di inaugurazioni di iniziative e progetti mai realizzati e per la mole, altrettanto esorbitante, di atti giudiziari compiuti ai danni dei suoi oppositori . Il sindaco di Roma si è sempre risparmiato quando si è trattato di discutere con i suoi avversari e concorrenti. Ma ha sempre abbondato quando si è trattato di incaricare i propri legali di sparare querele per diffamazione nei confronti di chi si è permesso di contraddirlo. E con lui anche il vice sindaco Tocci e tutti gli altri componenti della giunta capitolina, tanto sfuggenti nei confronti politici quanto decisi nel ricorrere ai Tribunali con la fondata certezza di trovare costantemente soddisfazione.
Il metodo si è presto trasformato in sistema. E da Roma si è esteso in tutta Italia. Con i Tribunali dalla loro parte per convinzione o per timore di non andare con la vela al vento, gli uomini dell'Ulivo hanno rapidamente scoperto che attraverso la giustizia distorta si possono evitare le discussioni ed i confronti tipici della democrazia. E ne hanno approfittato a man bassa. Sia nei confronti degli uomini del fronte opposto, sia nei confronti dei pochissimi giornali apertamente schierati all'opposizione. In piena campagna elettorale Pierluigi Borghini e Tiziana Parenti hanno incassato la loro dose di atti giudiziari che, come sempre, hanno trovato corsie assolutamente veloci e privilegiate nei corridoi di Piazzale Clodio. In precedenza, e fin dall'insediamento in Campidoglio della giunta Rutelli, "Il Giornale", "Il Tempo", "L'opinione" sono stati letteralmente bombardati di querele e di richieste di risarcimento di danni sempre benevolmente accolte in sede giudiziaria. D'altro canto i poveri magistrati romani, guardati tutti con sospetto dalla Procura di Milano e da quella di Perugia dopo il caso Squillante, non avrebbero potuto comportarsi in maniera diversa. Chiunque osasse sfidare i potenti dell'Ulivo riconoscendo sul terreno giudiziario le ragioni degli esponenti e dei giornali dell'opposizione correrebbe il rischio di vedere compromessa la propria carriera e di finire marginalizzato se non, addirittura, criminalizzato.
Tutta questa mole di atti ed iniziative giudiziarie ha effetti intimidatori e paralizzanti. Chi si chiede il perché il Polo trovi spesso difficoltà a trovare candidati di valore per le proprie liste ha la risposta pronta. Solo i temerari sono disposti a correre il rischio di finire nel mirino di una magistratura che per amore o per forza agisce non in nome della giustizia ma per ragioni di parte. E lo stesso vale per la sempre minore combattività dei mezzi d'informazione schierati all'opposizione. Le raffiche di querele e di richieste di risarcimento danni finiscono fatalmente col raffreddare anche i propositi più bellicosi di lotta ai potenti della sinistra. Soprattutto quando nelle aule di giustizia si ribadisce quotidianamente che chi sta dalla parte del regime ha sempre ragione e chi sta dalla parte dell'opposizione ha sempre torto.
La testimonianza di Giorgio Forattini è significativa a questo proposito. "Le sentenze della magistratura - ha affermato in una intervista a "Il Giornale" - spesso vanno nella direzione desiderata dai potenti. Si riesumano persino articoli mai applicati del codice Rocco, fascista e pieno di norme illiberali e liberticide, per colpire chi non è d'accordo con loro, persino la satira". "Con le querele - ha concluso Forattini dopo aver ricordato di essere stato condannato a pagare 390 milioni per una vignetta sui finanziamenti dell'Urss al Pci - stroncano le voci critiche". Ed il disegnatore de "La Repubblica" è solo uno dei tanti esempi. Io ed il mio giornale "L'opinione delle libertà", tanto per citare un altro esempio di censura della satira, siamo stati condannati per un articolo satirico dedicato alle reazioni dei romani contro il vice sindaco Tocci dopo la realizzazione dei parcometri e le campagne terroristiche a colpi di multe realizzate dal Comune per dissuadere gli automobilisti dall'usare la propria auto. "Tocci tua", s'intitolava l'articolo in cui si ironizzava sul "tovarisch" vicesindaco parafrasando gli insulti degli automobilisti al collaboratore di Rutelli. Il risultato è che in Tribunale.
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