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Solo i ricchi possono
di Arturo Diaconale


3. CHI TOCCA UN MAGISTRATO AVRA' DEL PIOMBO

I dirigenti del vecchio Pci, quelli che si sono fatti le ossa durante gli anni della "guerra fredda", sostengono che il fenomeno è antico. La magistratura, spiegano recuperando la tesi cavalcata negli anni '50 e '60, è sempre stata al servizio del potere. Lo ha fatto quando il regime era democristiano e, come ha riconosciuto anche Francesco Cossiga, bisognava esercitare una misurata persecuzione dei comunisti. E lo fa adesso che al potere è arrivata la sinistra. E la sorte di essere perseguitata misuratamente spetta all'opposizione, quella di centro destra e quella della Lega.

Ma la tesi dei vecchi dirigenti comunisti non tiene conto che non è affatto proponibile il paragone tra la situazione attuale ed il maccartismo giudiziario all'italiana di quarant'anni fa. Ogni possibilità di similitudine è sconvolta dal diverso ruolo svolto dalla magistratura. Allora i giudici erano una semplice espressione togata del potere politico. E dietro l'apparente autonomia riconosciuta loro dalla Costituzione Repubblicana svolgevano un ruolo di supporto totalmente passivo della classe dirigente al potere. Adesso i giudici (ma meglio sarebbe parlare di Pm e di determinante Procure) non si limitano ad agire in nome e per conto della classe politica al potere ma giocano anche in proprio svolgendo un ruolo prettamente politico. Giancarlo Caselli è ormai uno degli editorialisti di punta di "La Repubblica", rilascia interviste a getto continuo e si sfianca nella costante partecipazione ad ogni genere di convegni indetti nelle diverse città d'Italia sul tema della lotta alla mafia. Lui sostiene che non può interpretare il ruolo del Procuratore tradizionale tutto casa, riserbo e Procura perché la lotta alla mafia va condotta con il concorso del consenso popolare che i magistrati debbono cercare da soli vista la latitanza della classe politica. Ma in questo modo non parla più per atti o sentenze. Esprime pareri, opinioni, giudizi che lo spostano dal normale terreno della giustizia a quello della politica e lo trasformano in un soggetto politico a tutto tondo. Come Caselli si comportano tutti gli altri magistrati che per la natura delle loro inchieste godono di una popolarità e di una pubblica visibilità particolarmente forti.

Francesco Saverio Borrelli ed i diversi componenti del Pool di Milano sono specializzati nel silurare le leggi che non sono di loro gradimento. Come il Parlamento tenta di svolgere la propria funzione legislativa anche in materia di giustizia, ecco che Borrelli ed il Pool diramano comunicati, rilasciano interviste, scrivono editoriali, organizzano conferenze stampa, partecipano a convegni e dibattiti per bacchettare e correggere l'operato delle Camere. E non basta. Nell'esercitare la loro doppia funzione di magistrati ed opinionisti politici non si limitano al solo campo della giustizia. Si esibiscono su ogni argomento venga posto dalle vicende della cronaca all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale ed internazionale. Parlano di etica, di morale, di economia, di finanza, di cultura, di cinema, di spettacolo, di sport. E non lo fanno come ogni comune cittadino a cui la Costituzione garantisce la libertà d'espressione. Lo fanno come cittadini privilegiati a cui non la Costituzione ma la prassi assicura non solo il diritto di esprimersi liberamente ma anche il privilegio dell'infallibilità e della più assoluta impunità delle proprie affermazioni. Guai, infatti, a criticare le parole ed i concetti che esprimono non nelle aule dei Tribunali ma sui giornali, nei dibattiti e nei convegni. Chi osa tanto viene trascinato in Tribunale dove la sua temerarietà viene regolarmente punita.

Vittorio Feltri, a proposito dell'opposizione dei magistrati alla separazione delle carriere ed alla pratica ricorrente delle querele dei magistrati, ha fotografato con molta precisione il fenomeno su "Panorama". "Se io inquirente e tu giudicante - spiega il direttore de 'Il Giornale' senza ricorrere ad alcun genere di teoria - siamo colleghi, abbiamo uffici contigui, scendiamo insieme al bar e passeggiamo nello stesso corridoio, alla fine diventiamo amici. E, si sa che gli amici, anche senza volerlo, si scambiano favori". "Risultato - aggiunge Feltri - io inquirente querelo il cronista. La pratica arriva sul tuo tavolo di giudicante e tu che fai, dai ragione al cronista o all'amico? I piaceri ricevuti sono debiti che si pagano con altri piaceri. E ai giornalisti non rimane che por mano al portafoglio, sempre". "C'è - conclude Feltri - chi nasce con la camicia e chi con la toga. Per chi nasce con le mezze maniche, nessuna speranza se non quella di giungere a quattrocento querele".

Il fenomeno, come ha scritto "Il Foglio" di Giuliano Ferrara, altra vittima designata dei cittadini di serie A in toga, è ormai irreversibile. "Per un antico adagio secondo cui 'cane non morde cane' - ha spiegato 'Il Foglio' - i magistrati vincono quasi sempre. E per la dignità (una volta anche fondata sulla riservatezza) del ruolo che ricoprono, sono risarciti con somme molto più alte della norma". "Uno studio dell'avvocato Vincenzo Zeno Zencovich - ha citato il quotidiano di Giuliano Ferrara - ha rivelato che, tra 1'88 ed il '94, a Roma, le offese a Pm e giudici sono state compensate in media con 50,1 milioni; quelle ai liberi professionisti con 26,5 milioni. Nei risarcimenti danni in sede civile, la somma si calcola o si dovrebbe calcolare anche in base alle copie vendute dal giornale che ha pubblicato la falsa notizia. Ma, ha citato 'Il Foglio', l'ex parlamentare Aristide Gunnella, indicato come colluso con la mafia, è stato compensato con 8 lire per copia; un giudice, accusa di spiccata idiosincrasia per l'acqua, con 340 lira copia". E non basta. Quando in ballo ci sono i magistrati le provvisionali crescono in maniera vertiginosa. E giungono, come ha rilevato sempre "Il Foglio" a proposito di vertenze tra l'ex senatore leghista Erminio Boso e Di Pietro ed il giornalista Gigi Moncalvo e Francesco Saverio Borrelli, a cifre da capogiro. Dalle decine si passa alle centinaia di milioni. A conferma che anche e soprattutto quando si tratta di magistrati solo i ricchi (e non sempre) si possono permettere l'esercizio del diritto di critica.

Il fenomeno, poi, ha anche risvolti paradossali. E' talmente scontato che lo scontro giudiziario tra giornalista e magistrato finisce a vantaggio di quest'ultimo, che i querelatori in toga non si fermano più di fronte a nulla. Neppure al buon senso. Il caso del Procuratore di Torino Marcello Maddalena che scrive un libro e poi querela chi lo recensisce, è talmente emblematico che viene spiegato nel dettaglio in questo pamphlet da Davide Giacalone. Ma a questo episodio se ne possono aggiungere molti altri. Uno di questi è rappresentato dalla querela presentata ai miei danni dal Procuratore di Palermo Giancarlo Caselli per la pubblicazione su "L'opinione" dell'intervento di un componente del Csm molto critico nei confronti della procura palermitana. A fianco dell'intervento del Consigliere Patrono non c'era alcun tipo di commento da parte del giornale. Proprio a voler sottolineare che la pubblicazione del discorso di Patrono al Csm, discorso pubblico e non coperto da nessun tipo di riserbo, era fatta non in nome di un legittimo diritto di critica ma di un ancor più legittimo diritto di cronaca. Se non si può pubblicare un atto pubblico del Csm cosa diavolo mai si potrà pubblicare? Eppure Caselli ha presentato querela. Ed i magistrati di Roma non se la sono sentita di sconfessare chi aveva preso le difese di Coiro, era stato candidato alla guida della Procura romana ed è il simbolo delle Procure rivoluzionarie. Così hanno rinviato il sottoscritto a giudizio. E lo stesso vale per il Procuratore della Repubblica di Napoli Cordova irritato per un titolo de "L'opinione" in cui si riportava la sua delusione per la nomina di Pierluigi Vigna alla Superprocura Antimafia . Si è trattato, anche in questo caso, di una smaccata applicazione del diritto di cronaca. Ma il Procuratore napoletano si è comunque irritato ed offeso. E ha querelato. Nessun magistrato, ovviamente, ha avuto l'ardire di contraddirlo. Di qui lo scontato rinvio a giudizio per me ed il mio giornale.

La casistica potrebbe andare avanti all'infinito. Con le centinaia di querele di Feltri e del "Il Giornale", quelle di Ferrara e de "Il Foglio" quelle mie e de "L'opinione delle libertà". E, naturalmente, di tutti gli altri pochissimi giornali e giornalisti che essendo schierati sul fronte dell'opposizione o volendo esercitare il mestiere liberi da ogni tipo di condizionamento di regime, si trovano inevitabilmente in contrasto con i magistrati opinionisti politici di supporto al governo della sinistra. Lino Jannuzzi ha subito decine di querele come direttore de "Il Giornale di Napoli". Ed anche quando ha lasciato la direzione ad un altro collega ed è stato nominato consulente editoriale ha dovuto incassare una serie di condanne a dispetto della legge. Analoghe storie può raccontare Giancarlo Perna, polemista di razza bersagliato da querele continue che puntano dichiaratamente ad azzittirlo ed a conculcargli la grande capacità di critica.

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