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INTRODUZIONE
Le tecniche del colpo di stato L'Ottocento è il secolo delle barricate. Ogni rivoluzione o rivolta che si rispettino sono tali solo se si manifestano attraverso l'uso delle barricate. Si tratti di cacciare Carlo X da Parigi, gli austriaci da Milano o i Borboni da Palermo, lo strumento adottato finisce costantemente con l'essere quello della rivolta di piazza. Il culmine si raggiunge con la Comune di Parigi del 1870. Per singolare paradosso, proprio nel momento in cui la tecnica della rivolta di piazza cittadina elaborata nell'Ottocento dimostra di non essere più adeguata ai tempi, la barricata entra nell'immaginario collettivo europeo come il simbolo stesso della rivoluzione.
Nel Novecento, invece, tutto cambia. Negli anni trenta, alla luce dei fallimenti delle rivoluzioni avvenute secondo gli schemi romantici dell'Ottocento e dei trionfi delle rivoluzioni che hanno adottato sistemi e metodi diversi, ci si convince che per conquistare uno Stato non c'è bisogno né di barricate né di grandi masse popolari. Basta un gruppo di uomini abili, decisi, determinati e fortunati che conquista i punti nevralgici di un paese e il gioco è fatto. Brillante sostenitore di questa tesi è Curzio Malaparte. Il suo Tecnica del colpo di stato, citando a esempio le vicende di Trockij e Mussolini, dimostra che le masse popolari non servono a nulla se un gruppo di "Catilinari" (non importa se di destra o di sinistra) sa fare il suo mestiere. Basta bloccare le vie di comunicazione e occupare i centri del potere e la partita è chiusa.La "tecnica" di Malaparte fa scuola per parecchi anni. Al punto da ispirare i patetici "golpisti" di Junio Valerio Borghese che, alla fine degli anni sessanta, avrebbero voluto compiere un colpo di stato in Italia occupando il Viminale con qualche decina di militanti di Avanguardia Nazionale e la sede della Rai di via Teulada con un reparto di Guardie Forestali della scuola di Rieti.
Oggi, però, le due tecniche, quella ottocentesca e quella della prima metà del secolo, appaiono come semplici reperti archeologici. Nessun rivoluzionario, deciso a conquistare un qualunque Stato, fosse anche la più minuscola Repubblica delle Banane, si sognerebbe mai di adottarle. Oggi, la tecnica postmoderna del colpo di stato esclude tassativamente la violenza fisica. E prevede il più assoluto e rigoroso rispetto della legge formale. Non c'è più bisogno di barricate gonfie di popolo o di nuclei di combattenti e militanti duri e puri. Non è neppure necessario esercitare il controllo delle vie di comunicazione o occupare tutti i centri di potere dello Stato (impresa che, in una democrazia avanzata, presupporrebbe la messa in campo di un vero e proprio esercito). Anzi, nel villaggio globale dell'informazione e nella società delle immagini ogni segnale di questo genere è controproducente e negativo.
Ciò che serve è il "combinato disposto" in senso rivoluzionario tra alcuni settori della magistratura inquirente e alcuni settori del mondo dell'informazione. Chi riesce a mettere insieme gli spezzoni di punta delle due corporazioni e a coordinarne sapientemente l'azione ha la vittoria in pugno e il paese ai propri piedi. L'Italia degli anni novanta è la dimostrazione vivente della teoria postmoderna del colpo di stato. Al punto da apparire come un modello addirittura esportabile. Negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia, si moltiplicano gli interrogativi sulla rivoluzione morbida avvenuta in Italia negli ultimi quattro anni, perché sia avvenuta e come si sia realizzata. E, soprattutto, ci si chiede se la sua formula assolutamente inedita sia esportabile fuori dei confini del nostro paese. Questo interesse, oltre che pienamente legittimo, è sicuramente giustificato. Sopraffatti dal ritmo incalzante degli avvenimenti di cronaca politica e giudiziaria giornaliera, che si sono succeduti dal '92 a oggi, noi italiani facciamo fatica a inquadrare nel suo complesso il gigantesco fenomeno che ha portato alla liquidazione della Prima Repubblica.
In poco più di 24 mesi una intera classe dirigente è stata eliminata. Sono finiti i partiti che avevano governato il paese dal dopoguerra, stando sia al governo sia all'opposizione. E' cambiato il sistema elettorale, passando dal proporzionalismo quasi puro al maggioritario corretto. Si sono modificati anche gli equilibri politici complessivi. Per trent'anni si sono succeduti governi di centrosinistra fondati sulla delegittimazione democratica di qualunque forza si collocasse a destra e sul surrettizio inserimento dei comunisti e dei postcomunisti nel sistema di potere in nome della comune "religione" antifascista. Il 27 marzo del '94, il corpo elettorale si è espresso a larga maggioranza in favore di un governo di centrodestra, guidato da un imprenditore come Silvio Berlusconi, che mai si era occupato, in prima persona, di politica. Ma questo inedito centrodestra è durato lo spazio di un mattino. Dopo appena sette mesi di attività è stato liquidato grazie a uno dei ricorrenti "golpe di stato" all'italiana e sostituito con un governo in teoria tecnico, in pratica sostenuto dalla sinistra, che sulla carta ha il compito di preparare il terreno per una nuova competizione elettorale.
Insomma, c'è stata la rivoluzione. Senza spari, senza moti di piazza, senza sangue. Ma rivoluzione a tutti gli effetti che, come un bisturi, ha tagliato a fette il corpo del paese rendendolo, almeno nella sua rappresentanza politica, radicalmente diverso da come era prima. Visto da lontano il fenomeno appare come un grande processo unitario. Realizzato in prima persona da "singoli giudici coraggiosi". E motivato dai grandi valori della giustizia, della moralità e dell'onestà, cari ai cittadini di tutte le democrazie occidentali avanzate e dirette contro la corruzione, il malaffare e l'arroganza del potere impersonificato dal mondo della politica. Il fenomeno appare talmente unitario da venire definito come la "rivoluzione dei giudici". E da diventare un modello da trasferire in blocco in tutti quei paesi dove la tradizionale rappresentanza politica è o appare in crisi.
La giustizia all'italiana scatenata in Europa è il titolo di un lungo servizio di William Drodziak, corrispondente da Parigi del "Washington Post", scritto nel luglio del '94. L'articolo sintetizza perfettamente l'idea che certi ambienti internazionali si sono fatti degli avvenimenti succedutisi in Italia dal '92 al '94. "Dall'Italia", scrive Drodziak, "la crociata contro la corruzione politica sembra diffondersi in tutto il continente, alla Francia, alla Spagna, alla Germania. E grazie all'eroico esempio dei magistrati italiani e al forte appoggio popolare, i giudici francesi e di altri paesi possono oggi sfidare i corrotti rimasti impuniti". Il giornalista del "Washington Post" non ha dubbi. "Negli ultimi mesi", chiarisce, "le rivelazioni sulla natura endemica della corruzione politica hanno scosso la pubblica fiducia nei governi: i magistrati sono emersi come gli ultimi difensori dell'onestà e dell'altruismo, mentre i politici e gli uomini d'affari devono lottare per salvare la loro reputazione". Per cui alla Tangentopoli italiana seguiranno, inevitabilmente, una Tangentopoli francese, spagnola, inglese. Drodziak non parla di una eventuale Tangentopoli Usa. Questo misto di presunzione imperialista, rimasuglio della dottrina Monroe, e la convinzione di fare parte del nuovo "popolo eletto", tipica di certi "liberal" americani, impedisce al corrispondente del "Washington Post" di prevedere una rivoluzione all'italiana anche per il proprio paese. In compenso il giornalista statunitense non solo offre con poche battute quella visione globale del fenomeno che troppo spesso sfugge a chi vi è coinvolto per ragioni di cittadinanza, non solo prevede e auspica che la rivoluzione morbida all'italiana, realizzata dai giudici, si estenda a tutti gli altri grandi paesi del Vecchio Continente, ma coglie perfettamente le condizioni e gli strumenti indispensabili per realizzare vittoriosamente il grande cambiamento. Le condizioni lasciate intravvedere dall'articolo del corrispondente del "Washington Post" sono chiare. Ci vuole una diffusa sfiducia nei confronti della tradizionale democrazia parlamentare degenerata, in tante nazioni europee, in partitocrazia.
E' indispensabile una forte volontà popolare diretta alla punizione esemplare dei corrotti, dei corruttori e dell'intero sistema politico ed economico che ha consentito il decadimento dei costumi. Questa volontà deve attribuire alla categoria dei giudici il ruolo di "angelo sterminatore" di un'apocalisse destinata a sfociare nella catarsi e nella redenzione della società tanto attese. Ma come si manifesta in una società avanzata la volontà popolare? Chi pensa di potersi rifare a tutti i testi accademici in cui viene rilevato che in una democrazia parlamentare (è quella fissata dalla Costituzione della Repubblica italiana tuttora in vigore) il popolo si esprime attraverso le libere elezioni non ha fatto i conti con il cosiddetto villaggio globale dell'informazione. E, soprattutto, non ha fatto i conti con quella concezione elaborata dalle élite giornalistiche statunitensi di area "liberal" secondo cui, all'interno del villaggio globale, gli organi d'informazione sono i "cani da guardia" della democrazia. Essi, proprio perché custodi dei valori democratici, sostiene la teoria, rappresentano e impersonificano la volontà popolare durante i lunghi intervalli temporali che vanno da una elezione all'altra. Non importa se questa concezione dell'informazione come "cane da guardia" della democrazia è nata negli Stati Uniti per ragioni assolutamente contingenti e domestiche: la lotta dei giornali "liberal" a Nixon e poi l'opposizione durante il lunghissimo periodo di egemonia repubblicana concretizzatosi con le presidenze di Reagan e Bush. E un fatto che questa concezione si è rapidamente diffusa in tutti i paesi avanzati dell'Occidente. E in Italia, dove si è intrecciata con l'eredità della teoria gramsciana dell'egemonia culturale comunista, risultata dominante per oltre trent'anni, si è trasformata in una sorta di assioma scontato e incontestabile. Al punto da trasformare i giornalisti che l'hanno sposata e praticata nel secondo elemento indispensabile, accanto a quello costituito dai giudici, della "rivoluzione" italiana.
In sintesi, quindi, il fenomeno rivoluzionario avvenuto nel nostro paese sarebbe unitario e fondato sull'azione congiunta dei giudici e dei giornalisti. Con i primi legittimati dai secondi e viceversa. Gli "angeli sterminatori" della corruzione provocata dai vecchi assetti di potere politico ed economico sarebbero legittimati dai "cani da guardia" della democrazia, espressione diretta e autentica della volontà popolare. A loro volta, i "cani da guardia" democratici sarebbero legittimati dall'azione virtuosa condotta dai giudici in nome dei valori di giustizia, pulizia e moralità. Insieme, le due categorie sarebbero il nuovo motore della storia, quello destinato a far chiudere i battenti alle vecchie democrazie parlamentari di origine ottocentesca e a gettare le basi della moderna democrazia del duemila, fondata sul primato non del popolo ma delle élite. In questa chiave la "rivoluzione italiana" sembra diventare una merce di facilissima esportazione. Basta che giudici e giornalisti di un qualsiasi paese decidano di smantellare il vecchio quadro politico lavorando all'unisono e non rompendo mai il patto di reciproca legittimazione, e il gioco è fatto.
Si può dunque dare per scontato che Mani Pulite avrà la sua versione francese, spagnola e inglese? E magari, a dispetto delle albagie di certi "liberal" d'oltreoceano, statunitense? Il modello italiano suscita grandi suggestioni. Non tanto in Gran Bretagna, dove la radicale diversità del sistema giudiziario, la genetica tendenza dei giornalisti a sfuggire al facile ideologismo e una più solida e radicata tradizione democratica rendono quasi impossibile il tentativo di applicare il modello italiano. Ma per la Francia e la Spagna, dove il sistema giudiziario, quello dei media e la cultura dominante sono molto simili a quelli italiani, il tentativo di applicare il modello italiano appare più probabile. I segnali non mancano. La pubblicistica contro la gestione affaristica di Mitterrand e le feroci polemiche contro la corruzione introdotta in Spagna dai governi socialisti hanno preparato il terreno. Adesso si tratta di vedere dove, come e quando potrebbe scattare l'operazione.